Cari fanatici

Amos Oz, romanziere
israeliano recentemente scomparso, spesso ha indossato le vesti dell’intellettuale pubblico. Molti
ricordano le sue posizioni per il riconoscimento dei diritti dei palestinesi. Da
tempo era convinto che il fanatismo è un male che affligge tutta l’umanità;
ebrei come musulmani, cristiani, come laici. Cari fanatici, libricino agile e interessante, non è rivolto – a
dispetto di quanto si potrebbe credere – a fondamentalisti religiosi o politici,
a autori di atti di terrorismo. Per Oz esistono in ciascuno di noi tratti di
fanatismo. Tutti pensiamo e diciamo: devi essere come me. Vogliamo rimodellare
gli altri  – per una presunta sorta di altruismo
– per il loro bene. Il desiderio di rimodellare l’altro – avverte Oz –  è il primo grado del fanatismo.


Oz prende in considerazione
il gene cattivo dell’uomo, antico quanto la sua natura. In tal senso, il
fanatismo è più «antico di qualunque
ideologia del mondo
”, avendo un «fondamento
intrinseco nella natura dell’uomo
». 
Un gene cattivo che porta a uccidere gli immigrati in Europa, ad assassinare
donne e bambini in Israele, a profanare chiese, sinagoghe, moschee e
cimiteri.  “Tutti costoro” scrive Amos Oz «sono
diversi da Al-Qaeda e dall’Isis per quello che fanno e per la misura del loro
operato, ma non nella natura dei loro misfatti
».
In effetti, ci spiega l’autore
«il germe più o meno occulto del
fanatismo si annida non di rado dentro manifestazioni diverse di dogmatismo
categorico, di chiusura, quando non di ostilità, nei confronti di posizioni
considerate inaccettabili. Quella ferma convinzione di essere dalla parte del
giusto che scava e si asserraglia dentro di sé, che non contempla né finestre
né porte, è la cartina al tornasole di questa malattia, così come le prese di
posizione che scaturiscono da pozzi cristallini di sprezzo e repulsione, che
respingono qualunque altro impulso emotivo. (La repulsione non è di per sé un
male: nelle opere di Shakespeare e Dostoevskij, di Brecht, Bialik e Brenner e
Hanoch Levin c’è immancabilmente un elemento di repulsione. Repulsione magari
feroce, ma non esclusiva: per questi grandi artisti la repulsione si accompagna
ad altri sentimenti come la comprensione, la pietà, la nostalgia, lo spirito e
finanche una certa misura di empatia)
».
Un tratto
inequivocabile per riconoscere un fanatico è la sua assenza del senso
dell’umorismo:  «Non ho mai visto una persona capace di fare battute a proprie spese diventare
un fanatico. (Lo spirito, il sarcasmo, la battuta pronta ce l’hanno anche
alcuni fanatici, è vero. Ma non il senso dell’umorismo e men che meno
l’autoironia)”.
Il senso dell’umorismo esige per Oz quella importante
attitudine a vedere vecchie cose sotto una luce nuova. “Ci invita a sgonfiare l’aria calda satura di inutile sussiego, di
troppa autostima. Fa di più: il senso dell’umorismo comporta solitamente una
certa dose di relativismo, di ridimensionamento (che a volte si innesca proprio
grazie all’esagerazione). Puoi essere meraviglioso e assolutamente giusto e
perfettamente candido, ma ogni tanto non guasta se spunta anche solo per un
attimo un demonietto burlone e sardonico che ti fa l’occhiolino e sogghigna a
spese della tua irreprensibilità, della tua assoluta innocenza, della santità e
dell’indiscussa perfezione, infierisce un pochetto sulla soverchia importanza,
sull’inflessibile serietà. Se solo trovassimo il modo di comprimere il senso
dell’umorismo, e soprattutto quello verso se stessi, dentro pillole o
pasticche, per poi distribuirle ovunque per vaccinare intere popolazioni dalla
piaga del fanatismo, ci sarebbe di che assegnarci un premio Nobel per la
Medicina, non è vero?
».
Come guarire dal
fanatismo? La buona letteratura è un antidoto al fanatismo. La letteratura
permette di assumere lo sguardo altrui sul mondo. Ironicamente Oz ci spiega che
«la letteratura e il pettegolezzo sono
una specie di cugini (benché la prima di solito non si degni nemmeno di
salutare l’altro per strada, perché si vergogna della parentela che li lega).
Chi è curioso e ha fantasia è sempre ansioso di sapere “come sia per gli
altri”. Quando questo desiderio si accontenta di una soddisfazione da poco
prezzo, banale, basta il pettegolezzo; l’arte invece appaga questo desiderio in
un modo più sofisticato e complesso. Tanto il pettegolezzo quanto la
letteratura, ciascuno a suo modo, sono forse capaci di offrire un parziale
antidoto al fanatismo, perché entrambi sono affascinati dalla diversità in seno
alla specie umana
».
Un persona capace di vedere
se stesso o l’universo con gli occhi degli altri non può essere un fanatico,
perché una persona così sa che ci sono tanti modi di vedere e leggere la
realtà. Un uomo o una donna che frequenta la letteratura sa che non esiste un
solo linguaggio.


Antonio Salvati

Facebooktwitter

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *