Il coronavirus al tempo della solitudine …

Lettura quanto mai interessante, quella di “Solitudine. Il male oscuro delle società occidentali”, ultima fatica di Mattia Ferraresi per i tipi di Einaudi.

Già interessante ed attuale quando è stata concepita e ultimata. Ancor più interessante ed attuale dopo la pubblicazione, in questo tempo di distanziamento sociale, dopo aver sperimentato le necessità e le tristezze del lockdown.

Il libro mette a fuoco una delle tragedie del nostro tempo, nonché una delle meno avvertite: la montante epidemia di solitudine che percorre da anni il nostro pianeta. Sappiamo del fenomeno degli hikikomori in Giappone, del Ministero della solitudine nel Regno Unito, della progressiva crescita in Italia delle famiglie composte da una sola persona (il 21,5% nel 1998, ben il 31,6% nel 2016).

Il nodo è culturale, è antropologico. La gente è più sola. L’umanità è costituita sempre meno da quegli “animali sociali” di cui parlava Aristotele, e sempre più da monadi alle prese in solitaria con l’avventura della vita. Va disegnandosi un mondo più individualizzato, più virtuale – e questo ben prima del Covid 19 -. E quindi più fragile. Come scriveva Impagliazzo su “Avvenire”, all’incirca due anni fa, “la nostra società è malata di solitudine”. E fa pensare tutto questo, tanto più dopo che papa Francesco ci ha così ben descritto l’illusione che governava tutti fino a qualche mese fa, quella di poter restare “sani in un mondo malato”.

La solitudine è una malattia, vera e propria, Un “male oscuro”, come scrive Ferraresi. L’autore divide il saggio in tre parti: la solitudine come patologia della modernità, il suo ingannevole intreccio con la libertà, nonché la prefigurazione di un possibile ritorno alla socialità, a un “tu”, “che possa dare senso e scopo alle nostre azioni”.

Già Lasch aveva sostenuto – scrive Ferraresi – che “il tratto narcisistico ha travalicato i confini del semplice edonismo ed è diventato uno stato patologico”. “Come il suo mitologico predecessore”, continua l’autore, “il nuovo narciso è una figura tragica, ma non ne ha contezza. Cruciale è la perdita del senso del passato e del futuro, che lo colloca in mezzo ai flutti di un eterno presente”. E’ il ritratto di tanti, forse quello di tutti, in questa globalizzazione liquida in cui siamo immersi.

Eppure “non è bene che l’uomo sia solo” (Genesi). E infatti di solitudine si muore, per la solitudine si vive male, con la solitudine si convive a fatica. E le connessioni che vanno tanto di moda sono solo “una parodia triste della comunione”.

La nota positiva è che forse ce ne stiamo rendendo conto, reduci come siamo dal confinamento: “Che questa solitudine forzata ci faccia apprezzare le relazioni vere”, ha detto in un’intervista dei giorni scorsi Ferraresi. Sì, chissà che non dovremo ringraziare il coronavirus per averci dato una nuova consapevolezza …. Del resto, come ha ammonito Bergoglio, “peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi”.

Francesco De Palma

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