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“Nella polvere”

“Nella polvere”, di Lawrence Osborne, appena edito da Adelphi, è ambientato in Marocco, alle estreme propaggini della sua fascia abitata, ai confini col Sahara. Lì, dove la vita e il deserto si sfiorano, la trama del libro si nutre dell’abissale contrasto tra un mondo poverissimo, che vive delle briciole che i turisti vi lasciano cadere, e la sfarzosa residenza – uno “qsar” restaurato – in cui una coppia di cinquantenni gay ospita qualche decina di occidentali ricchi, desiderosi di lusso e divertimento, in fondo estranei ed indifferenti all’umanità  dei locali, che si arrangiano lavorando per Dally e Richard – appunto -, ovvero cercando fossili da rivendere ai visitatori d’oltremare. Quando l’auto di David e Jo, i due protagonisti, invitati alla festa, investe e uccide un giovane del posto, si avvia una catena di eventi che metterà di fronte ricchi e poveri, credenti e non, orientali e occidentali, tutti alla ricerca di un equilibrio difficile da raggiungere, di un riscatto o di un perdono, di un incontro che non sia solo superficialità o violenza.

Il romanzo è avvincente, l’ambientazione potrebbe richiamare un Greene, anche se la trama è più azzardata. Ma siamo in un’altra epoca: la civiltà occidentale è in crisi – “i bianchi di Osborne hanno ormai perduto il fascino decadente dell’espatriato: non sono che turisti e questo li rende decisamente più patetici e irrilevanti dei loro predecessori”, è stato scritto -, mentre qua e là nel pianeta si accendono degli scontri che – semplificando – si ama chiamare “di civiltà”. Ma che sono il riflesso di qualcosa di molto più intimo, di una rinuncia all’arte dell’incontro.

Tra le faglie del nostro tempo, sul sottile crinale tra bene e male, lungo la linea d’ombra del cuore umano, si muovono personaggi abbozzati eppure a modo loro realistici, perché somigliano all’idea che ci facciamo di noi e degli altri. Ma il punto è proprio questo, l’autoreferenzialità di ogni relazione, concreta e immaginata, perché – ci accorgiamo pagina dopo pagina – il dramma dei tempi che viviamo è la non conoscenza di chi ci è vicino, la colpevole ignoranza del suo animo e della sua lingua, il narcisistico farci bastare quel che già si è, quel che già si sa, tra disprezzo ed ostilità. Sarà questo continuo specchiarsi in noi – e non nel’’Altro – che finirà per gettare tutto nella polvere del deserto, nell’ultimo capoverso del racconto.

Francesco de Palma

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