Sindrome 1933?

Inviato de “l’Unità” per anni, Siegmund Ginzberg ha di recente pubblicato “Sindrome 1933” (Feltrinelli), cronaca storica dell’anno (e dintorni) in cui Hitler prende il potere in Germania. Una cronaca straniante, che si spinge spesso e volentieri a proporre analogie e riferimenti con il presente del nostro paese. 

“Una campagna elettorale permanente, un partito che non è di destra né di sinistra ma ‘del popolo’, un improbabile contratto di governo, la voce grossa che mette a tacere i giornali, l’odio che penetra nel discorso pubblico, le accuse ai tecnici infidi, il debito, la gestione demagogica e irresponsabile delle finanze. Sono le analogie che minacciano il presente e rischiano di farlo somigliare pericolosamente a un passato che credevamo di esserci lasciati alle spalle”, si legge nel risvolto di copertina. E – riferimento al debito e alle finanze a parte (ché, come ammette l’autore, “per durare, l’‘era populista’ dovrebbe essere in grado di mantenere non solo e non tanto il momento elettorale, cosa anche possibile; ma la promessa dello sviluppo, cosa che al momento è in dubbio) – non si può restare colpiti da quel che Ginzberg chiama il déjà-vu, il déjà-vecu, che si ripropone all’osservatore.
Sappiamo bene, in realtà, e lo sa anche il giornalista d’esperienza, che la storia non si ripete – almeno, non si ripete nello stesso modo -. Ma Ginzberg vuole invitare il lettore a riflettere sui preoccupanti segnali che si colgono guardando al clima sociale e culturale, al muoversi delle forze politiche; intende mettere in guardia tutti noi sulla cecità degli uomini di allora, e di oggi.
Mettere in guardia sulle parole d’ordine che indicano un nemico “altro” da noi, il migrante come l’ebreo, le regole di Bruxelles come l’ordine di Versailles; sugli slogan e sui luoghi comuni che inducono alla paura; sul degrado del linguaggio e del vivere civile.
Per Ginzberg è agevole muoversi tra le tante similitudini diacroniche, che ci sono. Pur essendo lui stesso consapevole che un gioco del genere aiuta forse a inquadrare il presente, ma non permette di intravedere il futuro. E che, considerando il passato che si sta prendendo in considerazione, si opera pur sempre una forzatura: non foss’altro perché il mondo è differente, gli attori geopolitici sono molti di più, etc., etc..
L’unica analogia che – ci si consenta la critica – l’autore finisce per mancare (e qui gioca forse un ruolo il giudizio di Ginzberg sulle vicende nostrane degli ultimi anni, che traspare qua e là) è quella tra la sinistra divisa della Germania di Weimar – SPD “di governo” e KPD rivoluzionaria – e le feroci polemiche che hanno travolto da noi PD e vicini, ovvero l’eterna lotta tra “renziani”, “sinistra-sinistra”, “partito di ‘Repubblica’, “neoliberisti” e così via, che, indebolendo e depauperando il campo di idee umanista, costituzionale e democratico, ha spalancato un’autostrada al trionfo della “pancia” e dell’“istinto”, al sonno della ragione e della pietà.

Francesco De Palma
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