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Un concorso, una scuola, vecchi e nuovi italiani – tutti rigorosamente under 20 -: poeti e profeti di periferia

La settimana scorsa una mia alunna ha partecipato alla cerimonia di premiazione dell’XI edizione del concorso di poesia “Calamandrei”. Aperto agli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado, indetto dall’omonimo istituto commerciale alla periferia nord di Roma, a pochi passi dal Grande Raccordo Anulare, al concorso hanno inviato i propri componimenti decine e decine di ragazzi. Tutti i testi sono stati raccolti insieme in un volumetto, molti di essi sono stati letti ad alta voce, alcuni sono stati premiati.
Una cerimonia semplice, ma curata. Io e la mia alunna siamo stati bene, abituati a quell’ambiente indefinibile che è la scuola italiana, alto e nobile negli scopi e nelle parole, informale e talvolta non impeccabile nelle strutture e nelle realizzazioni. 
Le poesie erano disuguali, alcune più belle e significative, altre meno. Ma il tutto faceva riflettere, spingeva a guardare più in là. Non parlo solo per i testi, su cui pure tornerò. Ma facevano pensare i partecipanti, tra i quali si mescolavano vecchi e nuovi italiani. E chissà che agli Ungaretti o ai Saba del Novecento in un futuro non si debba accostare uno tra i nomi stranieri che si sono lanciati nel concorso: Arbis, Dimitri, Florin, Haji, Ioana, Jean-Pierre, Madalina; e quindi Ciuraru, Cruz, Dragos, Mirdita, Ngjelo, Orxhen, Sliwinskj, Tulbu.
E poi, appunto, i testi, le parole. Che davano spazio alle piccole e grandi passioni dei giovani (“Il calcio è vita”). Ma anche al passato (la Shoah, “dignità infilzate da un filo spinato”) e al presente. Nonché ai grandi temi dell’umanità di ogni tempo e di ogni età: “Ho costruito io / la paura”; “Forse quella è la luce / il bene che salva il mondo / […] chi / dopo la sofferenza crede ancora in un mondo migliore”; “La speranza è / un traguardo invisibile”. 

Su tutto il senso di aver assistito a qualcosa di piccolo, ma di grande. Al manifestarsi della forza della parola. Una forza che non appartiene a nessuno e a nessun luogo. Una forza che non può essere imprigionata in un contesto elitario, e che emerge prepotente anche nelle periferie, anagrafiche, esistenziali e geografiche. E’ il mistero della scuola, è il mistero dell’uomo. E’ la profezia di un futuro che può incarnarsi ovunque. 
In una via già quasi di campagna, in un edificio simile a tanti, in un angolo ai margini della Roma che fa notizia, nascono e crescono nel silenzio poeti di periferia. Anzi, come titolava una delle poesie in gara, “profeti de periferia”: “Nun me sta bene proprio pe’ niente / E’ pe’ questo che co’ st’inchiostro nero provo a fa’ ragionà ‘sta gente / […] / Nun me vorrei sbajà, sora periferia / ma ‘a corpa de ‘sto parapija è pure ‘a mia. / […] Noi che nun combattemo battaje / noi che nun educamo fiji e fije / noi che se ce chiedono aiuto semo sordi” ….


Francesco De Palma
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