Se si parlasse meno in nome delle “classi popolari” e si guardasse di più alla realtà …

Un tratto di un certo dibattito – in particolare di quello cui si prestano alcuni politici e alcuni giornalisti – è l’appello al “popolo”, ai “ceti popolari”, ai “poveri” (purché italiani, è ovvio).
Ieri sul “Corriere” anche Aldo Cazzullo ha voluto difendersi dal cortese rimprovero di un lettore che gli segnalava come il suo “intervento critico verso Starbucks, dove si chiede[va] quanti dei 350 posti di lavoro annunciati [sarebbero andati] a giovani italiani e quanti a giovani immigrati”, non fosse da lui, rivendicando il suo “scivolone”; segnalando anzi come “il prezzo dell’immigrazione lo [stessero] pagando le classi popolari”, e che l’arrivo di migliaia di filippine, etc. avesse messo “fuori mercato intere categorie di lavoratori italiani: ieri le badanti o le colf; oggi molti lavoratori manuali; domani gli altri”. 
Ci si permetta di dubitare dell’esistenza di così tante badanti italiane. Come pure di chi parla a nome di categorie così ampie – cui peraltro non si appartiene – come “le classi popolari”. 
Quel di cui si può essere certi, invece, è che centinaia di migliaia di anziani nel nostro Paese, e le loro famiglie, indifferentemente dalla classe sociale cui appartengono, e tutti sicuramente, in un modo o nell’altro, in stato di bisogno, sono ben lieti e liete di avere qualcuno che si occupa di loro. 

Sì, l’immigrazione è anche una risorsa. Questa non è una “concezione irenica dell’immigrazione”, come lamenta il giornalista, è piuttosto quel sano realismo di cui si avrebbe bisogno e che il populismo urlato rischia di far passare in secondo piano.

Francesco De Palma
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