Una potente parabola, sul potere: “Vice – L’uomo nell’ombra”

A metà strada tra il film biografico, la pellicola d’intrigo alla “House of Cards” e il documentario storico, “Vice – L’uomo nell’ombra” appare come un lavoro originale che, se non è un capolavoro, è comunque capace di tenere incollati alla poltrona per più di due ore e di far riflettere per un tempo infinitamente più lungo. Tanto più che l’interpretazione di Christian Bale è fenomenale (come la rassomiglianza fisica col modello cui giunge l’attore). E tanto più che il regista, Adam McKay, sceglie come soggetto dell’azione – lo aveva già fatto nel lungometraggio precedente, quel “The Big Short”, in cui aveva spiegato la crisi dei mutui subprime – il passato recente, quello che tutti noi ci ricordiamo, la resistibile ascesa di chi avrebbe dato sostanza e indirizzo agli otto anni della presidenza Bush (figlio). 

Nel gruppo di cui il presidente dell’11 settembre si circonda spicca il “Vice”, il vicepresidente, Dick Cheney, ancora vivente, che Bale interpreta replicandone alla perfezione la laconicità, la calma, la discrezione, e mostrandoci la sua capacità di imporre una visione senza principi e senza scrupoli, ma quanto mai ambiziosa. Il film, allora, appare come una variazione sul tema del “Macbeth” (e abbiamo anche una lady Macbeth, la moglie del “vice”, la bravissima Amy Adams, a stimolarne gli appetiti, a solleticarne l’orgoglio), come un apologo della tremenda forza distruttiva – una distruzione ad extra, certo, e basta chiedere all’Iraq, se non a tutto il Medio Oriente; ma anche ad intra, in un cuore che cede più volte, nella lunga sequenza degli infarti di Cheney, fino a farsi sostituire, metafora di quel sacrificio dell’umanità che il dio dell’“esecutivo unitario” pretende -.
Il tema è questo “esecutivo unitario”, la tentazione di un potere libero dai checks e dai balances, un potere assoluto. Esercitato nel cuore della superpotenza. E anche qui il cuore malandato di Cheney si presta a una metafora perfetta degli azzardi e degli scricchiolii di un mondo. Come è stato detto, il potere assoluto corrompe in maniera assoluta. E il film segue questo processo di corruzione, ripercorrendo l’itinerario con cui dei piccoli funzionari che lavoravano sotto la presidenza Nixon capiscono come si possano decidere i destini di un pianeta in una stanza di pochi metri quadri, sono sedotti da quel sogno di potenza e di  perdizione, lo inseguono fino a ghermirlo, per scoprire poi quanto esso sia in fondo sfuggente, incapace di lasciar loro altro che macerie fisiche e morali: “imagini di ben seguendo false, / che nulla promission rendono intera”, avrebbe detto Dante (Purgatorio XXX).
“Vice” è questo alla fin fine, una parabola potente, che “racconta una perversa fascinazione per il potere”, quell’arco di tempo in cui sembra di potere tutto, che precede però il lento (o immediato) scivolare nell’aridità, nel compromesso, nell’indifferenza alla violenza e alla corruzione. Storia senza redenzione, “Vice” ci mostra bene come chi sceglie l’illusione della terza tentazione (cfr. i Vangeli) finisce conradianamente per sprofondare in una zona d’ombra la cui prima vittima è la propria anima, per ritrovarsi con un cuore di tenebra di cui sarà arduo liberarsi.

Francesco De Palma
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