I 75 anni delle Fosse Ardeatine

Ricorre domani il 75° anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, la più conosciuta – se pur non la più grave quanto a numeri – tra le stragi perpetrate dai nazifascisti nella Penisola durante la II Guerra Mondiale. La sua memoria ci ammonisce – in un tempo liquido, umorale e dimentico, di sovranismo furbo e superficiale – di quanto può accadere se si inizia a guardare l’altro come un nemico, e qualcuno tra gli altri come un non-uomo.
Ricordiamo i fatti. Siamo a Roma, a inizio 1944. Più di mezza Italia è occupata dai tedeschi, calati nel territorio dell’ex alleato dopo la defezione dell’8 settembre, malissimo gestita dal re e da Badoglio. Gli italiani, agli occhi degli occupanti, sono gente infida, sono dei traditori.
Gli unici ad essere contenti della presenza tedesca sono i fascisti. Ricostituitisi dopo la parentesi estiva sperano in un rovesciamento delle sorti belliche e combattono una guerra senza quartiere contro il loro stesso popolo. Il 23 marzo è il 25° anniversario della fondazione dei Fasci di combattimento. Le autorità collaborazioniste intendono festeggiarla nella sede del Ministero delle Corporazioni. Ma anche i Gruppi di Azione Patriottica – nuclei partigiani attivi in città, che già nei mesi precedenti si erano segnalati con attentati alle forze di occupazione – non vogliono far passare sotto silenzio quel giorno simbolico. La scelta è quella di attaccare un distaccamento della polizia tedesca (incorporata ormai, in quel quinto anno di guerra, nell’ambito delle SS). E’ un modo di dire il rifiuto della Città Eterna a un fascismo asservito alla brutalità nazista.
Un carretto con dell’esplosivo è posizionato al numero 20 di via Rasella, nei pressi del Quirinale. I partigiani attendono l’arrivo del reggimento Bozen, che passa sempre di lì per recarsi poi a delle esercitazioni. La bomba esplode a metà della colonna, mentre altri gappisti lanciano bombe a mano prima di fuggire. Il bilancio è pesante. Nell’azione rimangono uccisi 32 tedeschi (un trentatreesimo, gravemente ferito, morirà nella notte) e sei civili.
La prima reazione dei tedeschi è di mettere a ferro e fuoco l’intero quartiere. Nel rastrellamento vengono fermate 250 persone tra residenti di via Rasella e semplici passanti. Nel frattempo la notizia arriva all’Oberkommando der Wehrmacht, il quartier generale tedesco. Hitler ordina una rappresaglia “che faccia tremare il mondo”: l’area dev’essere rasa al suolo e per ogni SS uccisa devono essere fucilati tra i 30 e i 50 italiani. Il comando tedesco a Roma si riunisce per dare esecuzione all’ordine che viene da Rastenburg. E, alla fine, fissa la proporzione di dieci a uno per la rappresaglia. Sarà Herbert Kappler, il comandante della Gestapo a Roma, a doversene occupare.
Si tratta di uccidere 320 persone (330 dopo la morte del tedesco agonizzante). Kappler punta sui condannati a morte già in carcere. Non bastano. Si aggiungono gli ebrei. Non bastano ancora. In un clima isterico vengono inseriti nella lista molti tra i rastrellati di via Rasella e si chiede al questore di Roma, Pietro Caruso, di fornire i rimanenti prelevandoli dai bracci del carcere di Regina Coeli che non sono sotto la giurisdizione tedesca (ovvero tutti tranne il terzo).
Kappler, nella famigerata via Tasso (i palazzi requisiti dai tedeschi dopo l’occupazioni, adibiti a centri di comando, prigione, luoghi di tortura), organizza la sua macchina della morte: la Gestapo dovrà uccidere gli italiani selezionati e inseriti nella lista. Dove? La proposta è utilizzare delle cave abbandonate poco fuori Roma, sulla via Ardeatina, nei pressi delle catacombe di San Callisto.
I prigionieri arrivano quindi nel piazzale delle cave. Mentre vengono radunati d. Pietro Pappagallo, sacerdote arrestato per la sua attività antifascista, benedice gli altri prigionieri. Dopo di che, cinque alla volta, tutti vengono portati all’interno, per essere via via uccisi con un colpo alla nuca. Al capitano Erich Priebke è affidato il controllo della lista.
Ci si accorge allora che i prigionieri sono 335, cinque in più. Ma tant’è. Kappler dà ordine di procedere comunque. Chi è lì già non è più un uomo, non ha più diritti. 

L’eccidio inizia alle 15.30 di venerdì 24 marzo. E si prolunga per ore. I tedeschi incaricati dell’esecuzione reggono male la tensione, la stanchezza per quel lavoro di morte. Iniziano a bere, qualcuno di loro finisce per ubriacarsi. Il risultato è che man mano che si va verso sera alcuni dei prigionieri non sono uccisi sul colpo, ma solamente feriti: alcuni cadaveri verranno ritrovati lontano dalle altre salme, ammucchiate in due gruppi; andati via i tedeschi avevano tentato di allontanarsi, ma avevano trovato l’uscita bloccata ed erano morti dissanguati o per le conseguenze delle ferite.
Sì, l’uscita è bloccata. Alle 20, finiti gli spari, i genieri minano gli ingressi e li fanno esplodere per sigillare ogni cosa, per non far filtrare notizie. Il comunicato dell’avvenuta rappresaglia sarà del resto estremamente laconico: “Nel pomeriggio del 23 marzo 1944, elementi criminali hanno eseguito un attentato contro una colonna tedesca in transito per Via Rasella. […] La vile imboscata fu eseguita da comunisti-badogliani. […] Il Comando tedesco, perciò, ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci criminali comunisti saranno fucilati. Quest’ordine è già stato eseguito”.
Tra i “comunisti” molti sono i militari, tra cui il famoso colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo – oggi il sacrario delle Fosse Ardeatina è gestito dalle Forze Armate -, tanti gli ebrei, tantissimi gente comune finita in un ingranaggio di morte indifferente alla vita umana, a cominciare dal giovanissimo ragazzo rastrellato mentre era dal barbiere. 

Francesco De Palma
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