Europe Day, una festa che è occasione di riflessione …

Domani è la festa dell’Europa, lo Europe Day. Cade il 9 maggio, anniversario della storica dichiarazione con cui nel 1950 l’allora ministro degli Esteri francese, Robert Schuman, esponeva l’idea di una maggiore integrazione fra le nazioni europee, una cooperazione politica ed economica che avrebbe reso impensabile una nuova guerra come quelle che avevano insanguinato il continente nella prima metà del Novecento. 

Del resto la data rimanda ad altro, alla memoria della II guerra mondiale, appunto, che si era conclusa cinque anni prima proprio quel giorno, nella notte tra l’8 e il 9 maggio, alla tragedia di popoli vicini e parenti che si erano combattuti per secoli. Bisognava far cessare tutto questo; per sempre. Ed era in tale prospettiva che Schuman scelse di pronunciare il suo discorso quella mattina di primavera. 

Da questo punto di vista l’Europa è una success story. Ha ricordato Liliana Segre, sopravvissuta alla Shoah, in un recente appello pubblicato sul Corriere della Sera: “Come testimone della pagina più buia della storia del ‘900, ho visto crescere in Europa, dopo l’orrore dello sterminio di massa, uno spazio comune di persone riconosciute uguali in dignità e diritti”.
Eppure assistiamo alla rinascita della contrapposizione etnica, dello sciovinismo, di un vittimismo nazionalista. Qualcosa che mette a dura prova la tenuta di un grande progetto comune. 
Nel 2009 Andrea Riccardi, vincitore del premio “Carlo Magno”, il più prestigioso tra i riconoscimenti che si rifanno all’idea dei padri fondatori dell’integrazione europea, pronunciava parole che mantengono – purtroppo – una forte attualità: “C’è una pericolosa tendenza alla frammentazione e al localismo. C’è paura d’Europa tra la gente che si sente espropriata da un mondo globalizzato. C’è disaffezione nei confronti di istituzioni che appaiono lontane. […] Non ci si illuda! L’impatto con la globalizzazione, con l’India, la Cina, con civiltà, economie e demografie in ascesa, non potrà essere condotto in modo isolato dai singoli paesi. Se non saremo insieme, i paesi europei saranno quantité négligeable. Così i nostri valori e identità si diluiranno nelle correnti della globalizzazione. E sarà una perdita per il mondo e la civiltà. E’ un’illusione navigare nella storia globale disuniti. Se non ci sarà una vera unità europea, non ci saranno i paesi europei nel mondo. Resterà il ricordo di antiche potenze, di pagine gloriose o infami. Ma passate. Si perderanno i valori europei di libertà, pace e umanesimo, se non ci sarà l’Europa”.
Eppure l’Europa potrebbe essere un segno nel mondo, in questo mondo globalizzato e diviso, complicato e dinamico: “L’Europa ha una missione. L’Europa, nelle sue diversità, se unita, realizza la civiltà del convivere. E’ la civiltà che manca al mondo di globalizzazione omogeneizzante e appiattente, che reagisce con gli scontri di civiltà e di religione; che manca a un’economia inumana e senza umanesimo”.
La festa dell’Europa di quest’anno è allora una festa pensosa. In cui riflettere, senza arrendersi alla corrente della cronaca, per restare fedeli alla visione della storia. Per far entrare nel cuore e nella mente le parole che un altro vincitore del “Carlo Magno”, papa Francesco, pronunciava nel 2016, ricevendo il riconoscimento in Vaticano: “Noi figli di quel sogno siamo tentati di cedere ai nostri egoismi, pensando di costruire recinti particolari […]. Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli? […] Con speranza e senza vane nostalgie, come un figlio che ritrova nella madre Europa le sue radici di vita e di fede, sogno un nuovo umanesimo europeo, ‘un costante cammino di umanizzazione’, cui servono ‘memoria, coraggio, sana e umana utopia’. Sogno un’Europa giovane, capace di essere ancora madre: una madre che abbia vita, perché rispetta la vita e offre speranze di vita. Sogno un’Europa che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo. Sogno un’Europa che ascolta e valorizza le persone malate e anziane, perché non siano ridotte a improduttivi oggetti di scarto. Sogno un’Europa, in cui essere migrante non è delitto, bensì un invito ad un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano. Sogno un’Europa dove i giovani respirano l’aria pulita dell’onestà, amano la bellezza della cultura e di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande, non un problema dato dalla mancanza di un lavoro sufficientemente stabile. Sogno un’Europa delle famiglie, con politiche veramente effettive, incentrate sui volti più che sui numeri, sulle nascite dei figli più che sull’aumento dei beni. Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia”.

Francesco De Palma
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