La tortura, pratica antica, ancora difficile da bandire …

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 12 dicembre 1997 ha istituito la Giornata Internazionale a sostegno delle Vittime di Tortura, ogni 26 giugno.

La Risoluzione 52/149 stabilisce di perseguire l’“eradicazione totale della tortura e l’efficace applicazione della Convenzione contro la tortura e altre pene, trattamenti crudeli, inumani o degradanti”.

Si considera tortura ogni genere di pratica coercitiva: le forme più rudimentali di supplizio fisico, fino a quelle che prevedono l’isolamento sistematico, o anche le tecniche di “deprivazione sensoriale”.

Papa Francesco si è recentemente espresso, proprio a riguardo, con ferme e dure parole: “Il 26 giugno prossimo ricorrerà la Giornata delle Nazioni Unite per le vittime della tortura. In questa circostanza ribadisco la ferma condanna di ogni forma di tortura e invito i cristiani ad impegnarsi per collaborare alla sua abolizione e sostenere le vittime e i loro familiari. Torturare le persone è un peccato mortale! Un peccato molto grave!”

La tortura è considerata un crimine di diritto internazionale. Non può essere giustificata in nessuna circostanza, sia durante la guerra, sia in risposta a terrorismo, instabilità politica o in qualsiasi altro stato di emergenza pubblica.

L’art. 5 della Dichiarazione Universali dei Diritti dell’Uomo è molto chiaro, in tal senso: “Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamenti o punizioni crudeli, disumani e degradanti”.

La Convenzione è stata ratificata da 163 stati del mondo, i quali hanno sancito che la tortura è un reato da perseguire secondo l’ordinamento legislativo dello Stato. È anche vero che alcuni di essi, pur tra i firmatari della Convenzione, si rendono comunque responsabili di trasgressioni, applicando le torture in alcune situazioni, come denunciato da diverse organizzazioni umanitarie.

Ogni anno, secondo Amnesty International, si stimano in decine di migliaia le persone vittime di tortura, in almeno un centinaio di paesi. Nonostante le regolari visite di comitati istituiti dall’ONU, a controllo della situazione, vi è una drammatica persistenza di questa pratica in tutto il mondo.

Per esempio vicino a noi. Nei campi detentivi in Libia le testimonianze e le denunce di tanti rivelano come coloro che tentano di lasciare l’Africa per raggiungere l’Europa e sono finiti nelle mani delle autorità e delle milizie libiche devono affrontare ogni giorno l’incubo della possibile tortura. Una tragedia che dovrebbe molto di più muoverci allo sdegno ….

Germano Baldazzi

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