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La strage silenziosa nel Mediterraneo


Più di 800 morti in cinque giorni. E' la stima, provvisoria e sicuramente non definitiva, di una strage silenziosa che si sta consumando in questi gironi nel nostro Mar Mediterraneo. L’Organizzazione Internazionale per le migrazioni ha dichiarato, infatti, che ci sarebbero stati almeno due grossi naufragi avvenuti negli ultimi giorni. Il primo al largo delle coste libiche dove un barcone contenetene almeno 250 persone sarebbe affondato, di cui solamente 36 portate in salvo delle stesse autorità libiche.


Mentre un secondo episodio ben più grave, non solo per il numero di vittime ma anche per le disumane modalità per cui sarebbe avvenuto, si sarebbe consumato al largo delle coste maltesi, dove un altro barcone con più di 500 persone a bordo (di cui molte donne con bambini e minori non accompagnati) sarebbe stato affondato dagli stessi scafisti per sedare una rivolta scoppiata a causa dei continui soprusi subiti. Di questi migranti se ne sarebbero salvati solo 2, di origine palestinese, soccorsi dal mercantile panamense “Pegasus”, che a bordo aveva altri 150 migranti intercettati e salvati poco prima.


Un bilancio spaventoso che, non solo mette a nudo le atrocità che i migranti devono subire nei loro così detti “viaggi della speranza”, ma che fa riflettere sull'inadeguatezza delle misure di sorveglianza e di prevenzione messe in atto dai paesi interessati.


Di certo le migrazioni stanno aumentando anche a causa dello sfaldamento di tutti quei paesi del Nord Africa dove i migranti, prima, trovavano lavoro ed una sistemazione provvisoria. Senza più questo filtro le organizzazione criminali che sono alla base della tratta di essere umani, trovando terreno fertile, hanno aumentando di molto questi traffici rendendoli, se possibile, ancora meno sicuri.


Per questo la risposta a quest’esodo non può rimanere solo il pattugliamento delle acque internazionali e la relativa accoglienza nei centri predisposti. Bisogna pensare a risposte alternative. Magari dividendo all’origine chi fugge dai propri paesi perché perseguitato e quindi in cerca di asilo politico, da chi magari è in cerca di lavoro che potrebbe svolgere in tanti paesi sé solo si pensasse ad un sistema di quote di lavoro.


Insomma c’è bisogno di una risposta alternativa, onde evitare che questo numero già così impressionante di vittime, cresca ancora di più. Risposta che potrebbe arrivare anche da ONG impiegate in questa emergenza.


Diego Romeo
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