venerdì 12 agosto 2016

Quanti sono gli stranieri in Italia ? Percezione e realtà

Quale ritieni sia in Italia la percentuale della popolazione immigrata ? E’ uno dei quesiti posti dall’istituto britannico Ipsos Mori in un’indagine che sta ripetendo da qualche anno e che nel 2015 ha raccolto dati in 33 paesi. “Perils of Perception”, i pericoli della percezione, perché le percezioni non sono la realtà e bisogna sempre imparare a diffidare dei luoghi comuni, delle voci come dei pregiudizi.  La realtà è sempre più complessa anche quando ci sembra di osservarla con attenzione, ma quando poi la si guarda con superficialità, si possono prendere delle grandi cantonate. Sono i pericoli dell’ignoranza. Perché la ricerca chiarisce che non si tratta solo di difetto di percezione, ma anzi, con una specie di gogna statistica, pubblica la classifica dell’ignoranza.
In questa classifica in negativo, redatta in base alla differenza fra la realtà percepita e quella dei dati statistici, l’Italia si piazza al decimo posto fra i 33 paesi considerati. Il punteggio è il risultato di una media su diversi quesiti che toccano temi molto diversi, dalla percezione dell’obesità a quello dell’età media in Italia, dalla percentuale di donne in politica alla percentuale di quanti vivono in campagna. 
Vediamo i risultati che riguardano gli italiani nel dettaglio. L’Italia entra nel sondaggio Ipsos Mori nel 2014 insieme ad altri 13 paesi conquistando il primo posto come ignoranza sulla percezione della percentuale di immigrati: gli intervistati stimavano in media una percentuale  pari al 30% mentre la media di allora in Italia era del 7%, con una differenza di ben 23 punti percentuali. Nell’ultimo sondaggio pubblicato la percezione scende al 26% contro meno del  9% reale e, grazie anche all’aumento del numero di paesi in cui è stato effettuato il sondaggio (33 paesi) ci ritroviamo al decimo posto nella scala dell’ignoranza. Magra consolazione. 
Il fatto è che non stiamo parlando di un argomento da specialisti, tipo la dimensione del buco dell’ozono, per cui forse ci si potrebbe accontentare almeno del fatto che se ne conosca l’esistenza e poco male se non se ne conosce la dimensione esatta, ma il quesito sulla percentuale di immigrati tocca un tema di particolare attualità su cui molti parlano e discutono, ma intorno al quale evidentemente non si è sviluppata un’adeguata conoscenza e si resta, appunto, nell’ignoranza. Con conseguenze negative per tutti.
Non è colpa solo di certa politica, che sfrutta semmai questo fenomeno per creare consenso, parlando alla “pancia” piuttosto che alla testa, ma dovremmo aver chiaro che è responsabilità di tutti crescere nella conoscenza guardando al mondo che ci circonda con maggior interesse e minor pregiudizio, perché la nostra stessa cultura, che sentiamo caratterizzarci come italiani, non sia appiattita nell’ignoranza.  
Non si tratta ovviamente solo di conoscere una percentuale corretta. Il fenomeno migratorio pone molte domande e riserva sorprese interessanti.  A questo proposito viene in aiuto il piccolo (solo in dimensione) volume di Stefano Allievi e Giampiero Dalla Zuanna “tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione”.  E’ vero che gli stranieri rubano il lavoro agli italiani ? Che frenano lo sviluppo in Italia ? Che gli stranieri delinquono più degli autoctoni ? Sono alcune delle domande affrontate nel testo che però va molto oltre una semplice analisi di qualche luogo comune, ma come ha sottolineato Andrea Riccardi presentando il libro a Roma, “compie un’operazione onesta di realismo, di cui c’è bisogno in un periodo di politica delle emozioni e di amplificazione delle emozioni”.  
Ne consiglio la lettura anche perché nel superare quell’approccio superficiale che porta ad una percezione ridotta e troppo spesso errata della realtà, ci fa scoprire quanto essa sia molto più interessante di quanto non ce la facciano vedere le lenti sfocate dell’ignoranza, riservando molte sorprese inaspettate. 
Perché quello che va detto in conclusione è che fra i pericoli della percezione e dell’ignoranza c’è il rischio di finire per vivere in un mondo piccolo e pauroso, banale e appiattito su un po’ di percezioni appannate, simili a quelle di tanti altri, ma che invece riteniamo come nostre convinzioni molto originali, senza renderci conto di quanto questo sia un po’ patetico. Prendiamola come una sfida olimpica. Riscattiamoci dall’ignoranza. Ne guadagneremo tutti.

Marco Peroni

Notizie Italia News

mercoledì 27 luglio 2016

Bari, 8 agosto 1991

Tra pochi giorni saranno trascorsi 25 anni da quando l'Italia si rese conto per la prima volta di essere una "terra promessa" per tanta povera gente.
 L'8 agosto 1991 (dopo circa 9 mesi dalla caduta del regime comunista in Albania) la nave mercantile Vlora, con a bordo circa 20.000 cittadini albanesi poveri e disperati, attraccava porto di Bari, al Molo Carboni, quello più lontano dalla città.
A tutt'oggi, quello della Vlora, rappresenta il più grande sbarco di migranti mai avvenuto in Italia con una sola imbarcazione. 
Le immagini della nave carica di gente fino all'inverosimile furono uno shock; si cominciò subito a parlare di invasione, di emergenza, di "non possiamo permetterci di accogliere tutti".
Gli italiani incontrarono per la prima volta, dopo la seconda guerra mondiale, questi nostri vicini di casa poveri e un pò straccioni che fuggivano da un paese a pezzi, dopo una lunga storia di dittatura e isolamento. Gli albanesi fuorno subito guardati con diffidenza e una punta di disprezzo. L'immagine caricaturale e sbagliata dell'albanese un pò "trafficone" e attratto dall'illegalità iniziò ad affermarsi tra i nostri connazionali; fin da subito alcune forze politche sfruttarono questa emergenza per attrarre consensi, facendo leva sulle paure e sui sentimenti xenofobi. 
Gli albanesi per l'Italia erano un pò dei "marziani". L'Albania così vicina geograficamente, era in realtà lontanissima sia dal punto di vista storico, sia da quello culturale.
La lunga dittatura isolazionista di Enver Hoxha aveva ridotto il paese allo stremo. Nonostante la povertà e le sofferenze della popolazione, il regime comuniista sopravvisse circa 6 anni alla morte del dittatore e 2 anni dalla fine del blocco dell'Est-Europa, culminato con le rivoluzioni del 1989.
Gli anni '90 furono per gli albanesi la riconquista della libertà e il risveglio da un sogno delirante durato quasi mezzo secolo a causa di un regime duro e spietato.
L'Italia, anche grazie alle trasmissioni televisive della RAI captate aldilà dell'Adriatico, era il luogo del benessere, delle opportunità, la speranza di riscatto dalle sofferenze e dalla miseria, il sogno di una vita migliore.
Quello che accadde con la Vlora va compreso inserendolo nel clima inquieto, post-dittatura, che regnava nell'Albania di quegli anni.
La Vlora era una nave mercantile costruita all'inizio degli anni '60 nei cantieri navali di Ancona. Dopo vari passaggi fu acquisita da una scoietà mista albanese, con partecipazione cinese, avente sede a Durazzo.
Il 7 agosto 1991 era appena rientrata nel porto di Durazzo proveniente da Cuba, con un carico di zucchero, quando fu assaltata da una grande folla di gente che costrinse il comandante  Halim Milaqi a salpare per l'Italia.
Sono molti a dire che quel che avvenne fu il frutto di un'improvvisazione. Vi fu un passa-parola generale tra la popolazione circa la presenza di una nave pronta a partire e in tanti si diressero velocemente, senza neanche un minimo di bagaglio, verso il porto e la presero d'assalto.
Nell'Albania di allora erano tantissimi, praticamente tutti, quelli che volevano lasciare il paese.
La disperazione mista a quella vena di "follia balcanica" che contraddistingue questi mondi aldilà dell'Adriatico, fecero il resto.
La nave, carica di gente oltre misura, si diresse inzialmente al porto di Brindisi; lì, a motivo dell'enorme numero dei suoi passeggeri, fu respinta e reindirizzata al porto di Bari. 
A causa del carico ingente il viaggio da Brindisi a Bari durò oltre sette ore.
Giunto al porto di Bari il comandante vi entrò con la forza senza aspettare il permesso di attraccare; disse in seguito che molte persone trasportate stavano male ed erano in pericolo di vita.
La folla sbarcò in modo caotico ripresa dalle telecamere televisive. Molti si gettarono direttamente in mare. Altri baciarono la terra gridando in un italiano stentato: "Libertà! siamo liberi!". 
Al porto brillarono per la loro assenza le autorità dello Stato e della Protezione Civile. Erano in vacanza.
Iniziarono comunque con fatica e in modo disorganizzato le operazioni di accoglienza.
Lentamente gli italiani impararono negli anni a conoscere gli albanesi, ad abituarsi alla loro presenza e, con il tempo, la maggior parte di quelli che restarono in Italia, si integrarono benissimo nel nuovo contesto.
Oggi gli albanesi sono una delle nostre minoranze più consistenti e contribuiscono in modo positivo, con il proprio lavoro, alla nostra economia.
L'Albania è un paese stabile che ha fatto notevoli progressi. I giovani albanesi di oggi sono meno attratti dall'Italia, ma il loro sogno di futuro è rivolto verso i paesi dell'Europa del Nord.
La vicenda della Vlora deve essere ricordata perchè rappresenta un esempio in cui l'accoglienza di migranti, profughi o rifugiati, seppur in un'iniziale situazione di emergenza e difficoltà, non ha portato nessun dissesto alla nostra società anzi, in qualche modo, nella prospettiva del lungo termine, è stata un arricchimento.
Francesco Casarelli


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martedì 19 luglio 2016

Nizza. Se non si guardano gli occhi dei bambini, ma i demoni che si hanno dentro

L’orrore dell’attentato di Nizza.
I tantissimi morti. E la modalità della strage: per fare una carneficina non serve nessun’arma, basta un camion, basta un uomo disumano, basta il “fai da te”. E la paura che si insinua, e l’idea che ci saranno altri folli che vorranno emulare quel folle.
Perché, come dice Oliver Roy, Bouhlel ha vissuto l’improvvisa radicalizzazione del suo disastro personale. Ma quanti disastri personali il nostro mondo conosce? Il problema, dice ancora Roy, è che “una volta i matti pensavano di essere Napoleone, oggi pensano di essere l’ISIS”. “Era uno squilibrato”, ha aggiunto Todorov: “e gli squilibrati sono prede facili. Questa è la nuova frontiera del terrore, e c’entra poco con la religione”. 
Mohamed Lahouaiej Bouhlel era un instabile, figlio del nostro tempo - anche se questo non ci piace ammetterlo - capace di fare zapping della sua vita, e passare in un attimo - ha detto qualcuno che frequentava il suo stesso corso di danza caraibica - dalla salsa al jihad (“Era un bon viveur. Le assicuro: non aveva nulla di un musulmano praticante. Davvero nessuno di noi poteva immaginare che potesse passare in qualche giorno dalla salsa alla jihad”).
Ad accrescere il male di Nizza, a farlo bruciare dentro, è anche l’alto numero di bambini e ragazzi coinvolti. Almeno dieci già morti, 54 ricoverati in ospedale, qualcuno che lotta tra la vita e la morte all’ospedale pediatrico di Nizza o al “Pasteur”. La bambola rosa accanto a un corpo ricoperto da un telo argentato è una delle immagini più strazianti della tragedia. 

Mi viene in mente un bel libro, di Mario Giro, uno dei più acuti osservatori del mondo delle banlieues e dei percorsi dei jihadisti “di casa nostra”. Il libro è “Gli occhi di un bambino ebreo. Storia di Merzoug terrorista pentito”.
“Davanti a me, a dieci metri”, ricorda Merzoug nel libro, “c'era la gente che dovevo colpire. Ma al momento di fare fuoco, gli occhi di alcuni bambini ebrei si sono voltati verso di me e mi hanno fissato, con uno sguardo di purezza, d'innocenza. Improvvisamente, qualcosa nel più profondo del mio cuore, che non so spiegarmi bene, mi ha fatto cambiare idea”, confessa il terrorista che ha saputo fermarsi all’ultimo momento.
E’ quanto Bouhlel, drogato dai mille pensieri, vecchi e nuovi, che lo ossessionavano, non ha invece saputo fare. 
Se Merzoug - foreign fighter francese, che preparava un attentato in Marocco -, guardando dei bambini, era riuscito a tornare uomo, Bouhlel, non ha visto dei bambini, ha spento la pietà, ha visto e seguito solo i demoni che gli offuscavano la mente e lo sguardo.

Francesco De Palma

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giovedì 14 luglio 2016

A Lampedusa, al Museo della Fiducia e del Dialogo, per un tempo di umanità e di “corridoi umanitari”

Una visita significativa, quella del Presidente del Senato Grasso a Lampedusa, ultimo (o primo?) lembo d’Italia, porta d’Europa, segno di dolore e di speranza, ormai, per il mondo intero.
In un’intervista al quotidiano “Avvenire” la seconda carica dello Stato ha avuto parole forti e chiare sul tempo che stiamo attraversando, e sulle scelte che il momento impone: “Vengano qui i politici italiani ed europei che vogliono alzare muri, a comprendere per davvero, parlando coi lampedusani, le forze di polizia, i medici, i volontari. Li sfido a guardare negli occhi donne, uomini e bambini tremanti che hanno subito violenze indicibili e visto i propri cari morire: li sfido a chiamarli invasori”. “A Lampedusa”, ha aggiunto, “mi sono sentito orgoglioso di quest’Italia che soccorre e accoglie chi ha bisogno, un esempio di forza delle istituzioni e di umanità delle persone”. 
Grasso ha citato anche la recente, innovativa proposta (una proposta che è già esperienza concreta, sebbene limitata nei numeri) dei “corridoi umanitari”: “Mesi fa la Comunità di Sant’Egidio e la Federazione delle Chiese Evangeliche, che ne sono promotrici con la Tavola Valdese, sono venute a illustrarmi questo loro progetto, che ha già fatto arrivare in Italia famiglie di profughi attraverso voli dedicati e in totale sicurezza. Credo che questa iniziativa, oltre ad essere elogiata, vada presa ad esempio: più corridoi e meno barconi. Sono tanti i benefici: togliere soldi a criminali senza scrupoli, garantire l’incolumità alle donne e ai bambini, che sono le prime vittime delle traversate, delle violenze, dei naufragi, bilanciare gli arrivi anche sotto il punto di vista del genere. Ad affrontare i viaggi sui barconi sono soprattutto giovani uomini che lasciano le loro famiglie nel paese di provenienza, con la speranza di ricongiungersi in un secondo momento. Se potessero venire direttamente insieme, uomini, donne e bambini, anche l’impatto sociale e demografico sarebbe diverso”. 

Non è mancato, nel corso della visita, un passaggio al Museo della Fiducia e del Dialogo, da poco inaugurato nell’isola. Un luogo di memoria e di sensibilizzazione, dove le opere “alte”, prestate dagli Uffizi di Firenze e dal Museo del Bardo di Tunisi si mischiano all’arte “povera” delle migliaia di persone che attraversano il Mediterraneo, ai disegni dei bambini come Shahrazad, piccola siriana sfuggita alla guerra civile che dilania il suo paese, omonima della protagonista delle “Mille e una notte”.
Che il suo racconto e la sua storia trovino ascoltatori attenti, uomini e donne pronti a capire di più, a fare spazio all’umanità e alla ragione.

Francesco De Palma

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mercoledì 13 luglio 2016

La “normalizzazione” dell’eutanasia

L’eutanasia fa altri passi avanti in Europa.
In Olanda cresce il numero di quanti richiedono la “morte di stato” per cause legate a disturbi mentali, ovvero a stress post-traumatici.
L’analisi di tali richieste, però, evidenzia come in molti casi delle terapie alternative avrebbero potuto garantire un trattamento positivo delle patologie in questione. E che nel 56% delle pratiche che hanno portato alla morte del richiedente l’eutanasia, il fattore principale dell’avvio dell’iter era stato una condizione di isolamento sociale.
Il rischio è che con l’invecchiamento della popolazione e la crescente diffusione della solitudine nei paesi occidentali l’eutanasia sarà un modo sempre più “normale” di affrontare certe difficoltà. 

Qualcosa di analogo accade in Belgio, dove è stata depositata alla Camera una proposta di legge che mira ad allungare indefinitamente la validità delle dichiarazioni anticipate di eutanasia (valevoli in caso di perdita di coscienza, oggi limitate a cinque anni), e soprattutto a garantire al medico che vuole portare avanti il suicidio assistito un’obiezione di coscienza “ex contrario”, da utilizzare in caso contro strutture che facessero presente difficoltà logistiche o avanzassero motivi di cautela.
Se in un primo momento si giurava e spergiurava che l’eutanasia sarebbe stata consentita solo in circostanze eccezionali, per adulti e sani di mente, dopo una matura riflessione, ora il suicidio assistito sembra andare oltre ogni barriera e si prefigura una sua “normalizzazione” terapeutica. 
Forse è il caso di lanciare l’allarme.

Francesco De Palma

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