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Letture: Emmanuel Carrère, “A Calais”

Di grande attualità il reportage a firma di Emmanuel Carrère sulla “giungla” di Calais, l’agglomerato di 6-7000 migranti che dormivano in baracche, tende di fortuna, etc., nel fango, al freddo, in attesa di entrare nell’Eurotunnel per raggiungere la sospirata meta, la Gran Bretagna. “Dormivano” perché recentemente la baraccopoli/tendopoli è stata smantellata e bruciata, i suoi ospiti si sono sparpagliati, cercheranno comunque di attraversare la Manica, ma saranno meno visibili con sollievo (e ipocrisia) di molti.
In “A Calais”, edito in Italia da Adelphi, Carrère dice di aver voluto indagare non tanto la condizione dei migranti, quanto lo stato d’animo e le opinioni degli abitanti di Calais. Il punto di vista è quello di cittadini qualunque coinvolti in un’avventura più grande di loro, entrati in una pagina di storia contemporanea senza averlo voluto. La “giungla”, allora, rimane sullo sfondo della narrazione, anche se domina discorsi e reazioni di chi è interpellato dall’autore.
Il quale si muove tra chi è pro e chi è contro, tra chi comprende le ragioni di coloro che si affollano nella baraccopoli e chi invece mette davanti a tutto il proprio disagio: un reportage che si sarebbe potuto fare in tanti angoli della nostra Europa (o degli Stati Uniti), anche nella nostra Lampedusa, nella Gorino di questi giorni …. 

Lascia un po’ perplessi, nel libro, la scelta di non prendere posizione. L’io dell’autore è bene in vista, ma non la sua opinione. Le quaranta paginette che compongono il tutto non offrono, alla fin fine, una prospettiva di pensiero e d’azione. Sono lo specchio del nostro tempo, un tempo in cui fare una scelta di campo a favore delle vittime di guerra e miseria sembra tanto difficile, mentre facilissimo è autodipingersi come vittime; in cui, come scrive appunto Carrère, è “possibile raccontare due versioni della storia completamente diverse”.
Eh no! Non so, è questo che non mi è piaciuto. La storia è sì, complessa, piena di grigi e di sfumature, ma la sofferenza non è il disagio, e sempre ci sono dei sommersi e dei salvati.

Francesco De Palma

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