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Di medici e di uomini ...

Tutti noi che viviamo nel mondo occidentale siamo parte di una società iper-salutista, e iper-medicalizzata: al sorgere del primo malanno, anzi, talvolta si agisce pure in maniera preventiva, si ricorre, talvolta, in maniera eccessiva ai medici o agli specialisti.
È presente nella società di oggi, forse più di ieri, una paura della malattia, del dolore, della non autosufficienza anche se, molto più di ieri, possiamo curarci o alleviare dolori o quasi tutti i sintomi sgradevoli dei malanni che possono colpire il nostro corpo. 
Oggi il corpo degli uomini e delle donne è innegabilmente più sano e meno soggetto all’usura del tempo, riprova di ciò, l’elevato numero di ultracentenari presenti nella società occidentale. Eppure, sale sempre una domanda di salute, di guarigione, non sempre e non soltanto fisica. 

Oltre a tutta la moda di trattamenti di bellezza, di lifting, make-up, tiraggi, trapianti di capelli, epilazione, lampade UVA, massaggi, trattamenti vari per le unghie, il seno, i capelli, la barba e via dicendo, emerge sempre più spesso dal sud del mondo, o dalla parte comunque meno ricca del mondo, una domanda di cura, di medicine, di trattamento sanitario, rimasto sopito per tanto tempo, e che ha trovato risposte nel tempo solamente grazie all’opera misericordiosa e missionaria di alcuni medici straordinari per partivano anche senza mezzi per l’Africa, o l’America latina, o per l’Asia, per curare malati a qualsiasi latitudine. 
Famose sono le storie di alcune figure di medici filantropi, quale quella di Albert Schweitzer. Pastore e teologo protestante, scrittore, grande musicista esperto e grande conoscitore delle opere J. S. Bach, un giorno decise di rimettersi a studiare per laurearsi in medicina e partire per l’Africa, non solo per compiere una missione evangelizzatrice, ma per curare anche i corpi di tanti, i quali non avevano mai visto un medico in vita loro. Fu così determinato e capace, che riuscì ad aprire e a far funzionare un ospedale in Gabon, proprio per rispondere ad un desiderio di giustizia nei confronti di tanti poveri che non avevano la possibilità di curarsi. Paese, il Gabon, dove si stabilì e dove visse esercitando tutte le sue abilità, dal medico al falegname, dal diplomatico all’affarista, dal pastore di anime, a quello di animali, per mandare avanti la sua opera di cura in un paese che, negli anni dopo la Seconda Guerra Mondiale, era veramente povero, abbandonato a sé stesso.
Oppure, la storia della Dott.ssa Olga Villa, donna tanto minuta quanto fine, di vispa intelligenza, che fu tra le prime donne italiane a laurearsi in medicina, nel 1940, lavorando alla tesi vicino al futuro premio Nobel per la medicina, Rita Levi Montalcini.
Dopo la guerra, Olga Villa inizia ad esercitare la sua professione di medico nelle zone depresse del nord Italia, colpite e ferite dall’ultimo conflitto mondiale, ma non è soddisfatta, gratificata dal suo lavoro.
Così, a quasi 50 anni, la Dott.ssa Villa decide di rivolgersi alla “Missione Paris”, offrendosi nel portare aiuto e prestare le sue cure in un luogo qualsiasi del mondo. Purtroppo, all’inizio non è vista di buon occhio dalla Missione: è donna, di mezza età e, peraltro, senza alcuna esperienza internazionale o di lavoro ospedaliero. La forza del carattere che la contraddistingueva e la determinazione nel soddisfare il suo desiderio di aiutare, ben presto avranno la meglio. 
Infatti, riesce a farsi inviare in missione a Mwandi (ora Livingstone), nel sud dello Zambia, al confine con il Botswana: in un dispensario medico controllato dalla Mission Paris.
Dopo un lungo e complesso viaggio, la Dott.ssa Olga Villa arriva a destinazione. Vivrà e lavorerà lì per 18 anni.
Il dispensario, sotto la sua cura, diverrà ben presto un vero e proprio ospedale, con ben 120 posti letto. In breve tempo riuscirà ad aprire un reparto di maternità: per molto tempo sarà l’unico esistente in quella regione dell’Africa.
L’opera della Dott.ssa Villa sarà molto preziosa per tantissime donne: tra l’altro, insegnerà loro a non partorire più in piedi, pratica molto pericolosa per il nascituro, perché i bambini correvano il rischio di cadere e sbattere la testa, morendo così alla nascita.
La Dott.ssa Villa riuscì ad organizzare l’ospedale alla maniera occidentale, persino nelle uniformi del personale, a dispetto del caldo a tratti insopportabile, tipico di quella regione.
Ben presto, lei fu definita amorevolmente come la “Schweitzer in gonnella”, proprio per avvicinare la meritoria opera a quella del “Grande Dottore”, come Schweitzer veniva chiamato.
Un'altra donna ha dedicato la sua vita alla cura dei malati in Africa, fino a trovare la morte: Luisa Guidotti Mistrali.
Lei, medico modenese, si prodiga per curare, per circa dieci anni, in un ospedale dello Zimbabwe (ex Rhodesia), dedicando tutta sé stessa alla cura dei suoi pazienti.
Gli abitanti della zona dove lavorava la avevano definita amorevolmente come “una di noi, manca solo il colore della pelle”, anche perché lei si era immersa completamente nella cultura e nella situazione locale. Luisa stessa ricambiava l’amore ricevuto dicendo che loro “erano la sua gente”.
A differenza delle altre due storie dei medici appena narrate, lei esercita in una zona dove è ancora in corso la guerra per ottenere l’indipendenza.
La situazione nel paese è molto complessa, lei si schiera apertamente con gli africani e deve superare per questo numerose difficoltà: finisce in prigione, subisce intimidazioni, minacce, è sola ed è impaurita. Ma, nonostante tutto, non abbandona il suo posto e la sua gente, rimane dove sente che ci sia bisogno di lei.
Un giorno, sola come spesso le capitava di essere, mentre con l’ambulanza tornava verso l’ospedale che riusciva a tenere aperto, ad un posto di blocco viene colpita da alcuni colpi di fucile dei militari governativi.
A causa delle ferite riportate, morirà il 6 luglio 1979, a soli quarantasette anni.
Le figure di cui ho brevemente narrato alcuni tratti, rispondono ai bisogni di tanti che cercano una cura, qualcuno che si prenda carico delle proprie malattie. In modo particolare in Africa, ma non solo, si è diffuso il fenomeno dei “profeti” che promettono guarigioni a dir poco miracolose, dietro una lauta elargizione in denaro, ma sono solo truffatori che inducono a pratiche inutili, che si concluderanno solo con una tragedia.
Tante volte i “profeti” riescono a convincere i malati ad abbandonare le cure mediche di cui non vedono immediato beneficio, per dei riti che porterebbero, in breve tempo e con poche pratiche, ad una miracolosa guarigione, ad opera di figure più o meno carismatiche e convincenti, ma, in realtà, sono solo tragici ingannatori. A questa falsa speranza, si accompagnano anche le promesse per un futuro di successo e di prosperità.
Queste credenze spesso e volentieri si appoggiano al fenomeno pericoloso della strumentalizzazione della preghiera, della fede. Nei popoli emerge un bisogno di fede, di credere in qualcosa e talvolta qualche malintenzionato sfrutta l’occasione per lucrare. E si fanno forza con delle tecniche utilizzate nel mercato della società dei consumi, cioè ottenere tutto ciò che si desidera “qui ed ora”.
Il fenomeno qui descritto è in crescita perché risponde ad un profondo desiderio di tanta gente di credere in qualcosa, desiderio che spesso viene raccolto non dalle religioni “tradizionali”, ma dalle sette, da santoni o profeti che promettono di tutto, utilizzando riti carismatici, spesso anche suggestivi, ma solo esteriori e vani. Il tutto per indurre gli adepti a seguirli in tutto e per tutto e restare così dipendenti dai loro riti e credenze. 
Tutto questo bisogno richiede una risposta di tanti altri medici, uomini e donne di buona volontà che donino sé stessi per il bene degli altri, ma anche di pastori buoni, vicini, attenti ed intelligenti che scardinino la presa delle sette, delle nuove chiese, di santoni e profeti, che promettono solo per ingannare e lucrare, non certo per il bene dei popoli africani.

Germano Baldazzi

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