Storia di un ragazzo che si credeva italiano e scopre di essere straniero

Napoli, piazza del Gesù. Sul palco un ragazzo di 13 anni, che in un perfetto italiano, solo un pò marcato dall’ accento romano, conquista il pubblico. Spiega di essere residente a Roma, di avere un papà immigrato dal Sudan e una mamma di origini salvadoregne. Di essersi sempre pensato italiano, di essere romanista, di tifare per l’italia: «Guai a chi mi disturba mentre gioca l’Italia!» è il suo paese, è ovvio. E’ anche l’unico paese dove è stato, a parte un breve viagio in Egitto. Così gli sembra incredibile la recente scoperta: «Ma mi hanno detto qualche tempo fa che io per la legge non sono italiano. Mi sembra assurdo. Non riesco nemmeno a pensarmi di un’altra nazionalità». Se il suo uditorio fossero i parlamentari si dovrebbero tappare le orecchie per non dargli tutti ragione all’unanimità.
La manifestazione è stata organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio, dalla diocesi di Napoli e dall’Associazione Giovanni XXIII e vi partecipano i rappresentanti di 160 movimenti e associazioni di volontariato che operano in Italia. Due giorni di convegno sul tema «Chiesa di tutti e particolarmente dei poveri». La serata in piazza è una via crucis contraddistinta da numerose testimonianze fra cui quella di questo ragazzo che si credeva italiano e che è determinato a dimostrare di esserlo. Con la sua testimonianza non strappa solo gli applausi del pubblico, ma anche proposte concrete: «Tanti sono come lui. È urgente che la politica dia presto risposte a lui e alla sua generazione», ha rilanciato il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, lanciando un appello e raccogliendo le proposte uscite dai gruppi di studio del convegno fra cui, appunto, la proposta di rivedere la legge sulla cittadinanza, ma anche la stessa legge Bossi – Fini.

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