FATTI

La paura e la speranza. Storie di immigrazione

Dopo il grande successo del romanzo di Fabio Geda, Nel mare ci sono i coccodrilli , un fortunato romanzo di Giuseppe Catozzella ci aiuta a comprendere il grande Viaggio che tanti migranti intraprendono per raggiungere l’Europa, semplicemente per avere un destino diverso, migliore.

La vicenda raccontata da Catozzella, nel suo romanzo Non dirmi che hai paura, è la storia vera di Samia Yusuf Omar, cresciuta nel quartiere di Bondere di Mogadiscio, in una famiglia di etnia abgal. Fin da bambina ama la corsa e si allena ogni giorno insieme al suo migliore amico Alì. La sua famiglia intuisce che Samia ha talento, sostenendola nelle gare nazionali nelle quali inizia a distinguersi. Mentre Samia rincorre il sogno di divenire una campionessa e di conoscere Mo Farrah, l’atleta inglese di origine somala campione del mezzo fondo, la situazione politica del suo paese muta radicalmente: molte zone della Somalia si ritrovano sotto il controllo di Al-Shabaab, un gruppo integralista che esige il rispetto assoluto della legge coranica e nel quale molti ragazzi si arruolano in cambio di tre pasti al giorno e istruzione. L’odio fanatico degli islamisti raggiunge la vita di Samia: Nassir, il fratello di Alì, si unisce ad Al-Shabaab seguendo l’amico Ahmed. Dopo alcuni anni Samia scoprirà che lo stesso Alì ha dovuto cedere alle pressioni degli integralisti rendendosi responsabile di un grave delitto che sconvolgerà la giovane e che non dimenticherà mai.

«Da un giorno all’altro le tradizioni del nostro paese sono cambiate. La terra del sole e dei colori si è trasformata in un campo d’addestramento a cielo aperto per estremisti. Tutti i nostri garbasar, ijamar, gli hijab colorati non andavano più bene. Si potavano usare per lavare il pavimento. Avevamo l’obbligo di indossare il burqa nero, quello che lascia scoperti soltanto gli occhi. … Ma la cosa peggiore, perché sembrava una punizione, era stata la decisione di tenere spenti i lampioni che di sera illuminavano alcune piazze del centro e qualche viuzza. La sera. Infatti, molti si radunavano nelle piazze, sotto i lampioni a leggere. Pochissimi avevano l’elettricità in casa…Quei luoghi erano la nostra biblioteca a cielo aperto. Ora … tutto era precluso, cancellato, vietato. Al-Shabaab era riuscita a radere al suolo la speranza di un popolo intero. Tutto ciò che fino a quel giorno era stato difficile da realizzare ma possibile, era diventato impossibile. Il sogno, la speranza e la libertà erano stati cancellati con un’unica mossa» (pag. 81).

Samia dopo essere stata notata dal comitato olimpico somalo, arriva a gareggiare ai giochi di Pechino del 2008. Il confronto con le altre sportive, decisamente più attrezzate e preparate, si rivela impietoso, ma lei non demorde. Affiora prepotentemente il desiderio di intraprendere il Viaggio – quello in grado di cambiare la tua vita, di raggiungere un futuro all’altezza delle proprie aspirazioni. Viaggio già intrapreso in precedenza dalla sorella Hodan. Anche se dovrà attraversare il deserto in camion affollati, essere sottoposta alle angherie e alle minacce dei trafficanti di uomini. Con un misero bagaglio, attraversa l’Etiopia, il Sudan, per arrivare in Libia. Tutto ciò con la speranza di poter partecipare alle prossime olimpiadi. Catozzella efficacemente riesce descrivere la ferrea volontà di Samia, desiderosa di essere artefice del proprio destino e di ribadire fortemente la sua dignità di donna, atleta.

A Tripoli lei e i suoi compagni di viaggio arrivano in condizioni disastrose,

«fantasmi ricoperti di sabbia, sporchi e puzzolenti come maiali … a malapena stavo in piedi, ma il mio cervello ha ricominciato come per miracolo a funzionare» (pag. 207). Un cervello e un cuore con un forte senso di solidarietà e amicizia: «Mai nella vita ho amato parlare come nel lungo periodo che ho passato a Tripoli. Abbiamo formato squadre per nazionalità e ci siamo sfidate a carte, ognuna ha insegnato alle altre i propri modi di giocare e poi abbiamo litigato sulle regole. Ci siamo insegnate parole sulle rispettive lingue. Ci siamo raccontate delle nostre famiglie, delle nostre case, dei nostri genitori, dei fratelli, dei nostri amori. Dei piatti preferiti. Ci siamo chieste come avremmo mangiato da schifo in Europa. Ci siamo domandate come sarebbe stata la gente. Ci siamo immaginate le case che avremmo avuto. Le cucine. I bagni con la vasca e la doccia. La moquette per terra oppure il parquet. E poi i lavori. Io sarei stata un’atleta. C’era chi sognava di fare l’avvocato, chi la maestra, chi l’infermiera e la pediatra. Chi invece voleva soltanto una famiglia. Ci tenevamo compagnia con i rispettivi progetti. E poi pensavamo anche alle cose pratiche. A come partire. Per l’ultima volta» (pag. 211).

Manca l’ultimo tratto, quello che la condurrà in Europa. Il 2 aprile del 2012 trecento migranti si imbarcano su una vecchia imbarcazione per raggiungere le coste di Lampedusa. Un’avaria e la paura che i soccorritori italiani possano ricondurli indietro induce tanti a gettarsi in mare. Samia segue il loro esempio: si getta in mare sfidando ancora una volta il suo infelice destino vita pur di non rinunciare a un destino migliore con il sogno di ricongiungersi con l’amata sorella. Ma Samia non ce la fa. Muore annegata come tanti nel Mediterraneo. 
E’ una storia pervasa da tanta pietà che rinvia alle parole di Papa Francesco pronunciate in un omelia durante la sua visita a Lampedusa:

«In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro. Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto. «Adamo dove sei?», «Dov’è tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi». 

Eppure il tema dell’immigrazione continua a non avere dignità propria nel dibattito pubblico. Resta soffocato dalla questione della sicurezza come se non fosse vero che il deficit demografico e pensionistico, parte importante del dinamismo economico del paese e del Pil, ha negli immigrati un antidoto efficace. I migranti sono un portato della globalizzazione: tendiamo tutti a mischiarci di più che in passato. E poi guardiamo alla nostra storia di emigrazione: l’Italia ha oggi cinque milioni di cittadini con passaporto residenti all’estero, 80 milioni circa di italo discendenti: se li espellessero tutti dove andrebbero? Occorre assumersi la responsabilità del tempo storico che si vive, ha giustamente affermato Marco Impagliazzo. Intanto le ultime dichiarazioni di Junker e Mogherini fanno sperare in una novità positiva. All’Europa spetta una responsabilità storica. 
La gran parte di profughi – ha ricordato Mario Marazziti – che rischia la morte nel deserto e poi nel Mediterraneo viene da Paesi in guerra e di gravi violazioni di diritti umani, Somalia, Eritrea, Siria, o chi fugge conflitti locali e la destabilizzazione dei propri paesi. Non è un fatto congiunturale ma un dato strutturale. Non è immaginabile né una Europa-fortezza, né un Mediterraneo-cimitero. Servono nuove soluzioni e un’accresciuta solidarietà europea, anche per fronteggiare il macabro populismo nostrano a buon mercato di chi continua a giudicare nefasta una azione di grande civiltà come quella di Mare Nostrum che ha salvato, da ottobre 2013, 20mila persone e ha permesso di arrestare 200 scafisti.

«E’ necessario – ha aggiunto Marazziti – creare uffici di immigrazione europei sulla riva Sud del Mediterraneo, anticipare la richiesta di protezione presso le rappresentanze consolari e diplomatiche in Medio Oriente e nel Maghreb, per avviare viaggi sicuri e programmati, non in mano ai trafficanti di vite umane; è da avviare la creazione di campi di prima accoglienza europei anche su territorio italiano per permettere l’asilo non solo nel paese di arrivo ma in tutti i paesi dell’Unione. E può essere avviata in sede Onu la corsia preferenziale per la creazione di campi Onu di accoglienza in Libia e in Tunisia e Marocco, per garantire condizioni di vita meno disperate e più’ sicure, sotto responsabilità’ internazionale. L’Italia può portare queste proposte al tavolo europeo».

Antonio Salvati
Marco Peroni
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