Perdono, fraternità, futuro. Dopo la visita di papa Francesco ai valdesi, una intervista col professor Paolo Ricca

Torino: papa Francesco, il moderatore Bernardini e Paolo Ricca.
Roma, 7 luglio 2015. Paolo Ricca ha predicato alla preghiera serale della Comunità di sant’Egidio a santa Maria in Trastevere: una bella ed originale meditazione biblica – alle soglie dell’estate – sul riposo di Dio e sul senso del comandamento del riposo.
Nato a Torre Pellice, classe 1936, pastore e teologo, professore di storia della chiesa: Ricca è senza dubbio uno dei più autorevoli esponenti della piccola minoranza evangelica italiana, quella chiesa valdese a cui papa Francesco ha reso visita lo scorso 22 giugno. Ha partecipato anche lui a quell’incontro e non posso evitare di fargli qualche domanda in proposito.
Professor Ricca, alla fine è
accaduto: il papa è entrato nel tempio, Francesco ha fatto visita a Valdo. Oltre i commenti
“ufficiali” e quelli “a caldo”, vorrei sapere un po’ la sua impressione di
quest’evento, dal punto di vista di un uomo che da tanti anni è membro e
pastore di una chiesa di minoranza dalla storia complessa e spesso difficile.
L’impressione è molto positiva. In fondo, non poteva andare meglio.
Quest’incontro non era privo di rischi, sia da parte cattolica, da parte del
papa, sia da parte nostra, da parte valdese. Invece i rischi – diciamo così – possibili
sono stati tutti evitati. L’incontro è stato caratterizzato da una grande
semplicità, sobrietà, fraternità, assenza totale di diplomazia, di formalità. Tutto
è accaduto con grande naturalezza, con grande spontaneità, con grande fraternità.
Anche il papa, nel suo discorso, ha molto insistito sul tema della fraternità.
Questo mi ha fatto personalmente molto piacere perché considero la fraternità
come la struttura portante di tutti i rapporti cristiani, per non dire umani. Fondamentalmente,
i cristiani sono fratelli e sorelle in Cristo. Questa è la nostra condizione.
Il papa, in tutta la prima parte del discorso ha molto sottolineato questa
dimensione.
Poi c’è stata naturalmente la novità della richiesta di perdono, che non era –
come in passato – una richiesta condizionata, o limitata, come se i peccati
della chiesa cattolica fossero stati solo i peccati di alcuni membri della
chiesa, mentre la chiesa era immune. Invece, questo papa ha chiesto perdono a
nome della chiesa cattolica, quindi coinvolgendo la chiesa in questa sua scelta,
molto importante e decisiva. Questa richiesta di perdono deve essere
valorizzata al massimo; che cosa significa?

Il papa e il moderatore

Significa che il papa, in quanto
capo della chiesa cattolica romana, decide, dichiara, ufficialmente e
pubblicamente, di prendere le distanze da una storia passata che non vuole
continuare, da cui si vuole distanziare per cominciare un storia nuova. Questo
è secondo me il senso della richiesta di perdono e apre una pagina nuova nei
rapporti tra chiesa cattolica e chiesa valdese. Sono autorizzate tutte le
speranze, tutte le speranze migliori. Possiamo desiderare il meglio perché mi
sembra che ci sia un solido fondamento perché queste speranze si realizzino.

Ho avuto l’impressione, durante l’incontro di Torino, che
stesse cadendo più di un tabù. Quanto è stata determinante la “rivoluzione” di papa Francesco e la novità del suo
approccio? Oppure quell’incontro è il frutto maturo raccolto per la semina del passato?
Credo che sia sostanzialmente una innovazione, un nuovo
principio, perché quello che c’era nel passato – che ovviamente non vogliamo né
ignorare né dimenticare né sottovalutare – era un insieme di mosse ancora
soltanto relativamente significative. Non c’era un riconoscimento esplicito – come
è accaduto questa volta – delle responsabilità della chiesa cattolica in quanto
chiesa, cioè nella sua totalità. Questo è accaduto e credo che sia proprio una
novità assoluta. Certamente, nulla nasce dal nulla, c’è una preistoria di tutto
ma dobbiamo anche riconoscere che qui si è trattato di una vera e propria
svolta. Non si tratta soltanto di continuare una storia passata ma anche di
cambiare posizione nei confronti di questa storia passata.
Quali sono le idee per il futuro? Questa è la tappa di un
cammino, che è iniziato con un gesto inedito che molti hanno definito storico.
A cosa si pensa nel mondo evangelico per continuare quello che è accaduto a Torino?
Io credo che quello che può accadere sia quello che è stato
anche adombrato o accennato in quell’incontro. Cioè, l’idea – intanto – del
riconoscimento delle chiese come chiese, mentre il Concilio Vaticano II parlava
delle chiese evangeliche come comunità ecclesiali, come non propriamente e sostanzialmente
chiese, ma chiese a metà o chiese-non-chiese. Questo livello credo che potrà –
sulla base di quello che abbiamo sperimentato con questa visita – essere superato.
Il primo punto sarà il riconoscimento reciproco delle chiese in quanto tali.
Poi c’è tutto il campo della cosiddetta “ospitalità eucaristica”, cioè il fatto
che i cristiani delle diverse chiese siano autorizzati e persino sollecitati a partecipare
alla mensa del Signore in qualunque chiesa cristiana essa venga allestita e
ogni chiesa cristiana sia invitata e sollecitata ad accogliere con gioia tutti
i cristiani di qualunque chiesa che crede in Cristo e sa quello che fa quando partecipa
alla santa Cena. Questa ospitalità eucaristica sarebbe un grande passo avanti
se diventasse – come speriamo – generalizzata.
E poi credo che un terzo punto fondamentale – oltre alle collaborazioni già in
atto sul piano della Bibbia e della sua diffusione e quindi della
evangelizzazione, della animazione cristiana, ecc. – sia quello di affrontare
insieme, in commissioni congiunte, i temi controversi – che esistono tuttora
tra le diverse chiese – sui temi etici, perché su questi temi ci sono
attualmente delle accezioni abbastanza diverse e distanti, quasi contrapposte.
Finora non si è mai dialogato su questi temi, ogni chiesa ha affermato la sua
posizione. Però, se ci si incontrasse, se si parlasse insieme, si potrebbe fare
un discorso comune, anche differenziato. Non abbiamo bisogno di essere sempre
d’accordo su tutto al cento per cento. Il discorso può essere differenziato ma
sulla base di alcune affermazioni centrali che possono essere comuni. Questo è
soltanto possibile se ci si incontra, se ci si parla, ci deve essere un tavolo
in cui si discute di queste cose e si vede fino a che punto possiamo parlare
insieme, dire le cose in comune alla luce e sulla base della nostra comune fede
cristiana e dove invece dobbiamo fare un discorso differenziato. Non
scandalizza nessuno, è comprensibile che su temi anche difficili, discutibili,
controversi, ci siano delle posizioni diverse. Però io sono convinto che su
tutte le questioni su cui non c’è accordo c’è però una possibilità di discorso
comune – magari fino a un certo punto – che oggi non è fatto e che invece
sarebbe bello poter fare.
Dopo la parte pubblica della visita, c’è stato un momento più
“riservato” durante il quale papa Francesco ha potuto continuare a parlare ed
incontrare alcuni rappresentanti della chiesa. Che cosa l’ha più colpita della
parte “privata” dell’incontro?
Sono arrivato anche io in questo luogo più “raccolto”. Ho
scambiato qualche parola col papa. Il moderatore – che mi ha presentato – ha ricordato che io avevo assistito al Concilio
Vaticano II, commentando (con tono scherzoso) che ero in un certo senso un “superstite” – come effettivamente
sono – insieme al vescovo Bettazzi e a pochi altri che ancora oggi sono in
vita. E il papa mi ha detto che anche in Argentina ci sono ancora solo alcuni vescovi
che hanno partecipato al Concilio. Ma – a parte questo – ho notato ancora una
volta questa grande cordialità, semplicità, umanità e fraternità, che mi sembra
la cosa più preziosa.

Santa Maria in Trastevere, settimana per l’unità 2015

Ho vissuto in quel giorno quello che vivo sovente in ambienti cattolici di
varia natura – come anche a sant’Egidio, qui a Roma – ma in tanti altri posti:
posti cattolici non
border line, ambienti cattolici nella chiesa italiana di oggi. Vivo di sovente in una totale
fraternità, in uno scambio libero, sereno, amichevole. Questa stessa cosa – che
vivo quasi sempre, per non dire sempre, nei miei molti contatti col mondo
cattolico italiano in vari contesti e a vari livelli – l’ho vissuta lì in occasione
della visita di questo papa. Lì come anche qui, questa sera, nell’incontro con
la Comunità di sant’Egidio, dove ho la sensazione di essere in una famiglia in
cui magari non siamo tutti uguali ma in cui l’appartenenza al Signore,
l’appartenenza a Cristo e la comunione della parola di Dio creano un
habitat spirituale e umano in cui ci si sente
a casa.

Grazie, professore!


Paolo Sassi
Facebooktwitter

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *