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Quale verdetto per un carnefice?

La scomparsa di Primo Levi

Il corpo senza vita di Primo Levi venne ritrovato – l’11 aprile del 1987 – nell’atrio del palazzo torinese di Corso Re Umberto 75: lo stesso indirizzo dove era nato, il 31 luglio del 1919, la casa che non aveva mai abbandonato.

Pensavo all’enigma irrisolto di quella tragica fine ed al grande valore della testimonianza di Primo Levi – un uomo che col passare del tempo mostra sempre più la sua profondità ed il suo spessore – quando sono stato colpito da questa curiosa sovrapposizione di date: sempre l’11 aprile, infatti, nel 1961, si aprì a Gerusalemme il processo ad Adolf Eichmann.

La vicenda del processo ad Eichmann, tra i principali artefici della mostruosa macchina della Shoah, sarà consegnata alle memorabili ed insuperate corrispondenze per il New Yorker di Hanna Arendt, poi raccolte nel celeberrimo volume La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme.  Prima che iniziasse quel processo, che svelò al mondo intero – assieme all’enormità della strage – la inquietante pusillanimità dei carnefici, Primo Levi compose – il 20 luglio del 1960 – una dolorosa poesia, intitolata al simbolo di quella tragedia: Per Adolf Eichmann.

Una drammatica poesia

Levi si dedicò alla poesia in sporadiche ma non episodiche occasioni: ne nasceranno due preziose pubblicazioni, la prima del 1975, L’Osteria di Brema, la seconda del 1984, Ad ora incerta, che raccolse nuove e vecchie composizioni[1].

I versi su Eichmann – scritti subito dopo la sua cattura in Argentina da parte del Mossad, i servizi segreti di Israele – non riflettono i temi che emergeranno con forza durante e dopo il processo al principale responsabile dello sterminio ebraico. Essi propongono invece in maniera drammatica l’inquietudine delle innumerevoli vittime (“cinque milioni”) innanzi al carnefice, finalmente consegnato alla giustizia umana (il “nostro consesso”), nell’incertezza su quanto potrebbe mai avvenire di fronte a quella divina (“quale dio?”). Lo scorrere instancabile della vita della natura, nei primi quattro versi, incespica ripetutamente nello scandalo della morte (parola che ricorre quattro volte): una morte che è frutto blasfemo dell’operosità malvagia (“opera tua trista non compiuta”) di Eichmann e dei suoi obbedienti carnefici.

Quale condanna?

L’opera del nazismo non è stata compiuta (“tredici milioni ancora vivi”), così Levi utilizza per il carnefice l’invettiva di certe drammatiche espressioni bibliche, come farà anche nei versi strazianti di Shemà, con cui si aprono le pagine di Se questo è un uomo: “non ti auguriamo la morte./Possa tu vivere a lungo quanto nessuno mai visse”.

In una sorta di giudizio dantesco, ecco il contrappasso: “possa tu vivere insonne cinque milioni di notti/E visitarti ogni notte la doglia di ognuno che vide […] intorno a sé farsi buio, l’aria gremirsi di morte”.

La corte lo giudicò invece meritevole della pena capitale, ed Eichmann morirà per impiccagione, il 31 maggio 1962, unica esecuzione di un civile nella storia di Israele.

Per Adolf Eichmann [2]

Corre libero il vento per le nostre pianure,
Eterno pulsa il mare vivo alle nostre spiagge.
L’uomo feconda la terra, la terra gli dà fiori e frutti:
Vive in travaglio e in gioia, spera e teme, procrea dolci figli.

…E tu sei giunto, nostro prezioso nemico,
Tu creatura deserta, uomo cerchiato di morte.
Che saprai dire ora, davanti al nostro consesso?
Giurerai per un dio? Quale dio?
Salterai nel sepolcro allegramente?
O ti dorrai come in ultimo l’uomo operoso si duole,
Cui fu la vita breve per l’arte sua troppo lunga,
Dell’opera tua trista non compiuta,
Dei tredici milioni ancora vivi?

O figlio della morte, non ti auguriamo la morte.
Possa tu vivere a lungo quanto nessuno mai visse:
Possa tu vivere insonne cinque milioni di notti,
E visitarti ogni notte la doglia di ognuno che vide
Rinserrarsi la porta che tolse la via del ritorno,
Intorno a sé farsi buio, l’aria gremirsi di morte.

20 luglio 1960



[1] Lorenzo Marchese, “Un’introduzione alla poesia di Primo Levi”, in lettereaperte vol. 6, 25-44, (permalink: https://www.lettereaperte.net/artikel/numero-62019/429)

[2] Primo Levi, L’Osteria di Brema, Milano, All’insegna del pesce d’oro,1975; poi in Ad ora incerta, Milano, Garzanti, 1984; ora in Marco Belpoliti (a cura di), Opere complete, Torino, Einaudi, 1988, II.

Paolo Sassi

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