Ma la notizia è l’Africa …

Papa Francesco è tornato dal suo viaggio in Africa Australe. Una nuova visita nel continente più “periferico” di tutti, un’immersione nell’entusiasmo di popoli giovani, nella sofferenza di contesti tra i più provati del pianeta, tra “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli” africani “d’oggi, dei poveri soprattutto”, per parafrasare “Gaudium et Spes”.
Le immagini delle folle di Maputo e di Antananarivo, i suoni dei canti, i colori delle coreografie, sembrano però sbiadirsi appena ci si lascia alle spalle la rossa terra d’Africa. 
E così molti dei titoli e delle cronache del giorno sono dedicate alle parole del pontefice sulle polemiche d’oltreoceano (“Le critiche non sono soltanto degli americani, ma un po’ dappertutto, anche in Curia. Almeno quelli che le dicono hanno il vantaggio dell’onestà di dirle”), sul rischio di uno scisma (“È una delle opzioni che il Signore lascia sempre alla libertà umana. Io non ho paura degli scismi, prego perché non ce ne siano, perché c’è in gioco la salute spirituale di tanta gente. Che ci sia il dialogo, che ci sia la correzione se c’è qualche sbaglio, ma il cammino dello scisma non è cristiano”), sulla xenofobia come malattia (“È un problema, è una malattia umana […]. Che viene, entra in un Paese, entra in un continente. E mettiamo muri; e i muri lasciano soli quelli che li costruiscono. Sì, lasciano fuori tanta gente, ma quello che rimangano dentro i muri rimarranno soli”).
Eppure, a rileggersi il verbalizzato della lunga chiacchierata del papa con i giornalisti a 10000 metri d’altezza, è evidente che Francesco era stato davvero toccato dall’incontro con il continente. Che l’Africa era al centro delle considerazioni che il pontefice faceva con i suoi compagni di volo. Era l’Africa, la notizia.
Bergoglio aveva nel cuore i giorni nei tre paesi che aveva visitato, gli sguardi che aveva incrociato, le parole che aveva ascoltato. Il suo viaggio era stato un segno importante; e per questo ci è voluto tornare sopra questa mattina, nell’udienza a San Pietro.
Il papa si è mosso nell’ottica di un rafforzamento della pace in Mozambico (“L’importante era visitare per aiutare a consolidare il processo di pace. […] E poi ho potuto salutare gli avversari politici, questo per dare l’idea e sottolineare che l’importante era questo, e non ‘fare il tifo’ per questo Presidente che io non conosco, non so come pensa, e neppure come pensano gli altri. Per me era più importante sottolineare l’unità del Paese”). Ma poi anche, più largamente, nel quadro di un impegno magisteriale teso a mettere in guardia dallo sfruttamento selvaggio del pianeta, dal colonialismo ideologico, dalla corruzione endemica, dall’ingiustizia sociale, dall’indifferenza verso i poveri. 
Francesco ha voluto riaffermare con forza che l’Africa non è da sola. Che la Chiesa è con lei, ed è in questa prospettiva che si può leggere la sottolineatura del contributo della Comunità di Sant’Egidio alla pace in Mozambico (“Vorrei ringraziare tutte le persone che hanno aiutato in questo processo di pace. Dall’inizio, in un caffè di Roma: c’erano alcune persone che parlavano, c’era un sacerdote della Comunità di Sant’Egidio, che sarà fatto cardinale il prossimo 5 ottobre [mons. Zuppi]. È cominciato lì […]. Noi non abbiamo il diritto di essere trionfalistici, perché la pace è ancora fragile nel Paese, come nel mondo è fragile, e la si deve trattare come si trattano le cose appena nate, come i bambini, con molta, molta tenerezza, con molta delicatezza, con molto perdono, con molta pazienza, per farla crescere così che diventi robusta. Ma è il trionfo del Paese: la pace è la vittoria del Paese”) o alla cura dell’AIDS nel centro di salute di Zimpeto (“Un segno forte di questa presenza evangelica è l’ospedale di Zimpeto, alla periferia della capitale [Maputo], realizzato con l’impegno di Sant’Egidio. In quest’ospedale ho visto che la cosa più importante sono gli ammalati, e tutti lavorano per gli ammalati. Inoltre, […] il direttore di quell’ospedale è una brava donna, ricercatrice sull’AIDS. È musulmana, ma […] tutti, tutti insieme per il popolo, uniti, come fratelli”, nell’udienza di oggi). 

E ha inteso evidenziare come quest’Africa può essere parte decisiva del futuro del mondo e della Chiesa stessa (“L’Africa è piena di vita. Ho trovato in Africa un gesto che avevo [già visto]. La gente con i bambini in alto, ti facevano vedere i bambini: ‘Questo è il mio tesoro, questa è la mia vittoria’. […] È il tesoro dei poveri, il bambino. Ma è il tesoro di una patria, di un Paese. […] Poi, un’altra cosa che mi ha colpito: il popolo. Nelle strade c’era il popolo, il popolo autoconvocato. Nella Messa allo stadio sotto la pioggia c’era il popolo, e danzava sotto la pioggia, era felice. […] E qual è il segno che un gruppo di gente è popolo? La gioia. C’erano poveri, c’era gente che non aveva mangiato quel pomeriggio per essere lì, ma erano gioiosi” […]. Il segno che tu sei nel popolo e non in una élite, è la gioia, la gioia comune”).
In un tempo in cui si parla molto di divaricazione tra élite e popolo è bene considerare questa “caratteristica” del secondo: la gioia. Non il rancore, o il sentirsi vittime. Ma la gioia. 
Ed è bene ritornare alle espressioni scelte da Bergoglio: “E’ il trionfo del Paese: la pace è la vittoria del Paese”, e “La gente con i bambini in alto, ti facevano vedere i bambini: ‘Questo è il mio tesoro, questa è la mia vittoria’”. Sì, l’Africa può vincere, e questa è una notizia. Una buona notizia.

Francesco De Palma
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