Trent’anni fa l’assassinio dei gesuiti della UCA a San Salvador

La notte del 16 novembre di trent’anni fa, a San Salvador, un commando di militari si introduceva nella casa dei gesuiti dell’Università CentroAmericana (UCA) e uccideva sei religiosi, nonché una donna di servizio e la figlia. Si trattava di Ignacio Ellacuria, il rettore, la figura più rappresentativa del gruppo, Segundo Montes, Ignacio Martìn Barò, Amando Lopez, Juan Ramòn Moreno, Joaquin Lopez, Elba Ramos e la giovane Celina. 

Il paese centramericano si trovava allora nel mezzo di una guerra civile. La destra dei latifondisti e della borghesia urbana contro la sinistra rivoluzionaria. In mezzo un popolo di contadini ostaggi dello sfruttamento e della violenza. Nove anni prima era stato ucciso mons. Romero, l’arcivescovo di San Salvador, la voce dei senza voce, e in molte altre occasioni gli squadroni della morte o l’esercito avevano preso di mira sacerdoti, catechisti, semplici fedeli: nella polarizzazione estrema che aveva inghiottito El Salvador, per molti settori della destra al potere non c’era differenza tra la guerriglia marxista e una Chiesa che aveva scelto di difendere il popolo in nome del messaggio evangelico.
Ecco allora che l’UCA (nelal foto la cappella) diventa un bersaglio, nonostante lo stesso Ellacuria si fosse reso disponibile a un’opera di mediazione per conto del governo, e che avesse criticato la recente offensiva guerrigliera che si era spinta fin nella capitale. Dovevano morire. Da molti la strage fu interpretata come il tentativo di bloccare ogni negoziato e di riaffermare che solo una linea dura avrebbe potuto avere ragione della “sovversione”.
Quel sangue continua invece a ricordarci che la violenza genera solo altra violenza – e lo vediamo tragicamente oggi, contando le morti che causano le maras – e testimonia ancora una volta la lunga storia di fedeltà della Chiesa alla causa dei deboli, dei disarmati e della pace.

Francesco De Palma
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