Verso i trent’anni dalla morte di Sciascia …

Si ricorda in questi giorni con particolare intensità, approssimandosi il 30° anniversario della morte (20 novembre 1989), la figura di Leonardo Sciascia, narratore, saggista, giornalista (nonché maestro di scuola e politico). 

La sua opera è poliedrica, il suo impegno suggestivo, il suo pensiero positivamente provocatoria. Sciascia, uno dei grandi del Novecento italiano è destinato a essere sempre più compreso e valorizzato nei decenni a venire.
Uomo che ha amato la sua terra, la Sicilia, con tutte le sue contraddizioni, Sciascia è stato tra i primi a parlare di mafia e a sognare un riscatto dalla sua presa violenta sulla mentalità e sui comportamenti dei conterranei. Appassionatamente italiano, Sciascia è stato un protagonista schierato, un intellettuale di livello in un’Italia complessa e in trasformazione, agitata dalle tensioni sociali e politiche, ferita dal delitto Moro, e rapidamente richiusasi nell’indifferenza e nella ricerca dell’interesse “particulare”. Di fronte alla nostra società, con tutTe le sue storture, il suo pensiero è stato quello di un anticonformista e – oseremmo dire – di un illuminista moderno. Si troverebbe senz’altro a disagio in questo nostro tempo, offuscato dal sonno della ragione.
Oggi qui vogliamo ricordarlo per un altra sua particolarità, di cui poco si parla. Quella di essere stato uno dei pochi autori italiani – insieme a De Amicis e a qualcun altro – a parlare dell’emigrazione italiana, il tema che vogliamo rimuovere dal nostro inconscio collettivo e che invece ci farebbe bene ricordare, in questa nuova stagione migratoria.
Per questo riproponiamo qui qualche passaggio del suo bellissimo (e attualissimo) racconto “Il lungo viaggio”, che tanto fa riflettere pensando all’oggi e agli immemori che siamo diventati.

Francesco De Palma



“Era una notte che pareva fatta apposta, un’oscurità cagliata che a muoversi quasi se ne sentiva il peso. […] Stavano, con le loro valige di cartone e i loro fagotti, su un tratto di spiaggia pietrosa, riparata da colline, tra Gela e Licata; vi erano arrivati all’imbrunire, ed erano partiti all’alba dai loro paesi; paesi interni, lontani dal mare, aggrumati nell’arida plaga del feudo. Qualcuno di loro, era la prima volta che vedeva il mare: e sgomentava il pensiero di dover attraversarlo tutto, da quella deserta spiaggia della Sicilia, di notte, ad un’altra deserta spiaggia dell’America, pure di notte. Perché i patti erano questi – Io di notte vi imbarco – aveva detto l’uomo: una specie di commesso viaggiatore per la parlantina, ma serio e onesto nel volto – e di notte vi sbarco: sulla spiaggia del Nugioirsi, vi sbarco; a due passi da Nuovaiorche … E chi ha parenti in America, può scrivergli che aspettino alla stazione di Trenton, dodici giorni dopo l’imbarco […]. E avrebbero passato il mare, quel grande mare oscuro; e sarebbero approdati agli stori alle farme dell’America, all’affetto dei loro fratelli zii nipoti cugini, alle calde ricche abbondanti case, alle automobili grandi come case. 250000 lire: metà alla partenza, metà all’arrivo. Le tenevano, a modo di scapolari, tra la pelle e la camicia. Avevano venduto tutto quello che avevano da vendere, per racimolarle: la casa terragna il mulo l’asino le provviste dell’annata il canterano le coltri. […] Il sogno dell’America traboccava di dollari: non più, il denaro, custodito nel logoro portafogli o nascosto tra la camicia e la pelle, ma cacciato con noncuranza nelle tasche dei pantaloni, tirato fuori a manciate: come avevano visto fare ai loro parenti, che erano partiti morti di fame, magri e cotti dal sole. […] All’undicesima notte il signor Melfa li chiamò in coperta: e credettero dapprima che fìtte costellazioni fossero scese al mare come greggi; ed erano invece paesi, paesi della ricca America che come gioielli brillavano nella notte. E la notte stessa era un incanto: serena e dolce, una mezza luna che trascorreva tra una trasparente fauna di nuvole, una brezza che allargava i polmoni. – Ecco l’America – disse il signor Melfa. – Non c’è pericolo che sia un altro posto? – domandò uno: poiché per tutto il viaggio aveva pensato che nel mare non ci sono né strade né trazzere, ed era da dio fare la via giusta, senza sgarrare, conducendo una nave tra cielo ed acqua. Il signor Melfa lo guardò con compassione, domandò a tutti – E lo avete mai visto, dalle vostre parti, un orizzonte come questo? E non lo sentite che l’aria è diversa? Non vedete come splendono questi paesi? Tutti convennero, con compassione e risentimento guardarono quel loro compagno che aveva osato una così stupida domanda. – Liquidiamo il conto – disse il signor Melfa. […] Il signor Melfa aveva raccomandato – sparpagliatevi – ma nessuno se la sentiva di dividersi dagli altri. E Trenton chi sa quant’era lontana, chi sa quando ci voleva per arrivarci. Sentirono, lontano e irreale, un canto. ‘Sembra un carrettiere nostro’, pensarono: e che il mondo è ovunque lo stesso, ovunque l’uomo spreme in canto la stessa malinconia, la stessa pena. Ma erano in America, le città che baluginavano dietro l’orizzonte di sabbia e d’alberi erano città dell’AmericaDue di loro decisero di andare in avanscoperta. Camminarono in direzione della luce che il paese più vicino riverberava nel cielo. Trovarono quasi subito la strada: ‘asfaltata, ben tenuta; qui è diverso che da noi’, ma per la verità se l’aspettavano più ampia, più dritta. […] Passò un’automobile: ‘Pare una seicento’; e poi un’altra che pareva una millecento, e un’altra ancora: ‘le nostre macchine loro le tengono per capriccio, le comprano ai ragazzi come da noi le biciclette’. […] Ed ecco che finalmente c’erano le frecce. Guardarono avanti e indietro, entrarono nella strada, si avvicinarono a leggere: Santa Croce Camerina – Scoglitti.
– Santa Croce Camerina: non mi è nuovo, questo nome. – Pare anche a me; e nemmeno Scoglitti mi è nuovo. [Ma] poi, noi leggiamo Santa Croce Camerina, leggiamo Scoglitti; ma come leggono loro non lo sappiamo, l’americano non si legge come è scritto. […] Ma non è che possiamo passare qui la nottata, bisogna farsi coraggio … Io la prima macchina che passa, la fermo: domanderò solo ‘Trenton?’ … Qui la gente è più educata. Anche a non capire quello che dice, gli scapperà un gesto, un segnale: e almeno capiremo da che parte è, questa maledetta Trenton. Dalla curva, a venti metri, sbucò una cinquecento: l’automobilista se li vide guizzare davanti, le mani alzate a fermarlo. Frenò bestemmiando: non pensò a una rapina, che la zona era tra le più calme; credette volessero un passaggio, aprì lo sportello. – Trenton? – domandò uno dei due. – Che? – fece l’automobilista. – Trenton? – Che Trenton della madonna – imprecò l’uomo dell’automobile. – […] Il silenzio dilagò. – Mi sto ricordando – disse dopo un momento quello cui il nome di Santa Croce non suonava nuovo – a Santa Croce Camerina, un’annata che dalle nostre parti andò male, mio padre ci venne per la mietitura. Si buttarono come schiantati sull’orlo della cunetta perché non c’era fretta di portare agli altri la notizia che erano sbarcati in Sicilia“.
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