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Dopo il diluvio

…presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa… ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda… ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.

Bisogna tornare a queste parole (tutte, non solo la breve citazione) pronunciate da papa Francesco il 27 marzo sul sagrato vuoto di San Pietro, davanti a tutto il mondo. L’immagine di quella sera è rimasta impressa in tanti che l’hanno seguita in televisione, ma quelle parole non sono da archiviare in fretta.

A ben vedere il sagrato di San Pietro non era completamente vuoto: sulla barca realizzata dallo scultore Timothy Schmalz c’erano 140 persone, di diversi luoghi e epoche, folla di migranti nell’intenzione dell’autore, ma su quella stessa barca possiamo dire che è rappresentata anche tutta l’umanità.

Quelle parole e quella barca mi hanno fatto tornare alla mente un racconto di Hermann Hesse, scritto all’indomani del primo conflitto mondiale, dal titolo “l’europeo” in cui immagina un nuovo diluvio mandato per mettere fine alla sanguinosa guerra mondiale. Ne sintetizzo brevemente la storia che si può leggere per intero in “Scritti autobiografici”. Mentre i flutti lentamente salivano, gli uomini continuavano a costruire dighe e torri sempre più alte e, “mentre il mondo affondava e annegava, dalle ultime torri di ferro affioranti sull’acqua … i cannoni rombavano lanciando le granate in archi eleganti”. Poi le acque coprirono tutto e l’ultimo europeo superstite galleggiava con un salvagente mentre continuava a scrivere per i posteri che era stata la sua patria a resistere per ultima. A questo punto del racconto appare un’arca poderosa ed è un africano (un “negro possente” nel racconto) che salverà quel naufrago tirandolo su all’asciutto su quella barca che già portava coppie di tutti gli animali, ma anche coppie di tutti gli altri popoli della terra (che non avevano partecipato al conflitto mondiale), raccolte dal vecchio patriarca.

Il racconto continua con un resoconto della vita a bordo e ci dice che su quella barca “tutti erano socievoli e gai”, e che solo l’europeo appena salvato dal diluvio restava in disparte a scrivere per i posteri e confrontandosi con gli altri con antipatia e arroganza, mentre tutti gli altri facevano a gara per mettere in luce ognuno le proprie capacità, condividendole con gli altri.

Così gli uomini su quella barca, perplessi, chiesero al patriarca perché fosse stato salvato quell’uomo e se fosse giusto che un essere simile fosse chiamato a fondare la nuova vita sulla terra. Il patriarca “alzando amichevolmente gli occhi limpidi sugli interroganti” rispose che a ben vedere Dio aveva dato un segno perché quell’europeo, fosse conservato come monito ed invito, infatti salvato da solo e non in coppia “propagarsi egli non può se non tuffandosi di nuovo nel flutto dell’umanità multicolore”.

La similitudine fra le parole del papa e questo racconto, o lo stesso racconto biblico, non è solo sull’essere insieme sulla barca. Non è neanche la stessa coscienza, oggi forse più chiara a tutti, di essere tutti sulla stessa barca. Questo è facile, è qualche cosa di chiaro e immediato in questo tempo di pandemia. Quello che dobbiamo notare è che sulla barca, con le parole di Francesco, bisogna “remare insieme” e siamo tutti “importanti e necessari”. Di più. Con la tempesta, e dopo il diluvio, il mondo non può essere come prima : cade il “il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri ego e ” rimane scoperta quella “(benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli”.

Nel racconto di Hesse non basta nemmeno essere salvati dalle acque, ma è necessario, se si vuole un futuro, “tuffarsi di nuovo” nel progetto di un’umanità completamente nuova, in cui le divisioni, i muri gli uni contro gli altri, i conflitti, il razzismo e l’intolleranza restino sommersi dai flutti.

Tutto non può allora tornare come prima. E’ tempo allora di pensare ( e progettare) il tempo dopo il diluvio. All’ansia che tutto torni come prima dobbiamo anteporre l’entusiasmo per costruire un mondo migliore. Ognuno può mettere a disposizione le sue energie migliori come nel citato racconto. Si potrebbero e si devono toccare vari aspetti: il lavoro per la pace, per l’ambiente, per la salute, ma nel poco spazio che mi rimane voglio solo sottolineare un aspetto che è diventato evidente particolarmente nel nostro paese. E’ stato sotto gli occhi di tutti: la morte di tanti anziani ricoverati negli istituti. Ha scritto Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana “Impareremo qualcosa per il domani? C’è il rischio di continuare come in passato – e poi nota come – i deceduti ricoverati nelle case di riposo per coronavirus sono il 53% dei morti totali; in Spagna il 57%. Nella crisi della pandemia, gli anziani negli istituti hanno pagato un tributo davvero grave. Questo rivela, con grande evidenza, l’inadeguatezza dell’istituto in sé: è una questione sanitaria, ma anche umana. Vogliamo continuare a negare questa evidenza? ”.  No e Andrea Riccardi fa delle proposte alternative, possibili. Sta a ciascuno di noi scegliere se rimanere in disparte su questa barca o mettersi a disposizione. Dopo il diluvio non si può continuare come in passato. Saremmo come quell’europeo del racconto che, pure salvato dai flutti, continua a ragionare nello stesso modo che aveva portato la sua gente a distruggersi e, pur salvato dai flutti, resta chiuso al futuro, restando in disparte, senza mischiarsi. E’ tempo di scelte coraggiose e innovative per salvare la nostra umanità. Qui in Italia partiamo dai nostri anziani, pensiamo e sogniamo il tempo dopo il diluvio.

Marco Peroni

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2 pensieri riguardo “Dopo il diluvio

  • 12 Maggio 2020 in 1:45
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    Quante volte nella mia vita ho lottato contro queste terribili realtà di mancanza di capacità di condivisione! Che hanno radici nelle piccole disumanita’ giornaliere, familiari o sociali; quanti mulini a vento ho conquistato con altri che come me credevano possibile una rinascita, un futuro solidale, una capacità di elevarsi, non sopra gli altri, ma insieme agli altri? Eppure oggi non conosco, a parte Papa Francesco, qualcuno che sia davvero diverso da quell’ unico europeo del racconto di Erman Hesse dal titolo” L’ europeo”. Quando anche ci trovassimo in un Arca dell’ ultimo diluvio del mondo. Anche noi staremmo con arroganza isolati dagli altri come il nostro tempo cinico e opportunista ci ha ormai insegnato.

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  • 13 Maggio 2020 in 16:20
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    sono convinta positivamente che invece ci sono oggi persone come Papa Francesco, manca solo un canale che convogli insieme tutti noi che vogliamo fare a gare e mettere in luce le proprie esperienze per mettere il meglio ,le diversità ci arricchiscono dovremmo solo credere di poter creare un tempo oggi diverso dove questo nostro grande mondo ci unisca con la pace e con la collaborazione e con la voce.

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