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“La Chiesa brucia”

Negli anni Settanta del secolo scorso il grande storico francese Jean Delumeau si era chiesto in un saggio: “Il cristianesimo sta per morire?”.

Delumeau era partito dalla progressiva “decristianizzazione” che l’Occidente aveva conosciuto a partire dalla Rivoluzione Francese, pesante scotto da pagare per il peccato costituito da troppi secoli di Chiesa costantiniana. Ma lo studioso transalpino non aveva guardato con pessimismo alle prospettive a venire del cristianesimo: ci si muoveva infatti, secondo lui, verso una fede purificata, più “libera” e coerente.

Altri autori, dopo Delumeau, hanno analizzato il presente e indagato il futuro di una religione bimillenaria. Ne è stato sottolineato il progressivo muoversi del baricentro del cristianesimo dall’Europa al Sud del mondo, si è parlato di “Chiesa mondiale” (Buehlmann) e di “Terza Chiesa” (Jenkins). Tutti processi che indicano una trasformazione, certo, del vissuto e dello strutturarsi cristiano, ma non una sua fine.

Resta comunque il problema del domani del cristianesimo in Europa. Pochi giovani occidentali conoscono la Bibbia, frequentano le chiese, pregano Dio. E che dire della diminuzione del numero dei sacerdoti e dei religiosi?

Presente e futuro della fede cristiana nel Vecchio Continente e nel mondo sono al centro dell’ultimo lavoro di Andrea Riccardi, storico del cristianesimo e fondatore della Comunità di Sant’Egidio, che muove da un evento casuale, ma simbolico, come l’incendio di Notre-Dame a Parigi nell’aprile del 2019 per chiedersi cos’altro sia avvolto dalle fiamme della contemporaneità (“La Chiesa brucia. Crisi e futuro del cristianesimo”, pp. 256, 20 euro, Laterza).

Riccardi registra con allarme il “migrare” della fede verso i Sud del mondo, non gli sembra questa la soluzione possibile alla crisi: “Sono convinto che il lento spegnimento della Chiesa o il suo scivolamento nell’irrilevanza non sarà senza conseguenze, almeno per i paesi europei. Ma nemmeno per il cristianesimo nel mondo”. Reagisce con preoccupazione alla modalità rassegnata che gli sembra farsi strada, complice la pandemia, in certi ambienti ecclesiali. E sottolinea come anche in America Latina e in Africa il cristianesimo viva diversi problemi, con le chiese tradizionali sfidate dalle sette e dai vangeli della prosperità.

L’incendio della cattedrale di Parigi “è stato un fatto enorme, simbolico” – ha dichiarato l’autore in un’intervista all’“Avvenire” -, “che ha spinto credenti e non credenti ad andare al di là dell’evento, a chiedersi cosa sarebbe la Francia, cosa sarebbe l’Europa senza la Chiesa. La cattedrale che brucia indica una crisi del cristianesimo. E non una crisi come tante, ma una malattia, in cui il corpo ecclesiale mostra parametri vitali vicini alla fine. Nel volume mi pongo tante domande, ad esempio sul pontificato di Giovanni Paolo II: è stato un’eccezione alla crisi, un’illusione? Mi chiedo quale significato abbiano avuto le dimissioni di Benedetto XVI e se in qualche misura siano state espressione di questa crisi. E ancora: papa Francesco ha creato un’inversione di questo movimento di declino?”.

Riccardi è convinto che solo interrogandosi con serietà e fiducia ci si può liberare dalle tentazioni della nostalgia e del pessimismo o da quella di non nutrire visioni. Del resto – ricorda -, se non ci si limita solo a pensare come gestire l’esistente si coglie lo spazio che pure esiste per l’azione della Chiesa, “un interesse per il senso della vita e per il cristianesimo”. Se l’oggi è tante volte piuttosto grigio, si intravedono anche le luci dell’aurora.

Molto di quest’aurora passa dalla ricomprensione e dall’assimilazione del magistero di papa Francesco: “Il messaggio bergogliano ripropone la tematica conciliare della Chiesa dei poveri, che era rimasta sospesa al Vaticano II”, si legge nel volume. “La sua proposta, quasi un appello rivolto anche ai credenti di altre religioni e agli umanisti, è la ‘fraternità’: creare alternative concrete a un sistema che, sul breve periodo, fa soffrire troppi, e, sul lungo, brucia il futuro del mondo”.

Non è il tempo dell’inazione sconsolata, ma quello della lotta. Non contro qualcuno, bensì per un nuovo orizzonte di fraternità universale e solidale. Non è un declino, ma è “solo” una crisi, un passaggio come ce ne sono stati molti nella lunga storia del cristianesimo. E si tratta di abitarla, questa crisi, “con la propria ‘profezia’, almeno quella che si riesce a vivere, senza appiattirsi, ma senza nascondersi”.

“La Chiesa nel mondo contemporaneo è chiamata a una condizione ‘agonica’, cioè di lotta”, conclude l’autore. E guarda a due figure del cristianesimo di fine Novecento, quelle di p. Men, russo ortodosso, e p. Turoldo, poeta servita. L’uno diceva che “siamo solo all’inizio della comprensione del Vangelo”; l’altro pregava per una giovinezza spirituale che salvasse dal grigiore dell’età adulta.

Alla fine, se una chiesa brucia, si tratta di ricominciare a costruire ….

Francesco de Palma

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