Segre: “Eravamo liberi come si è liberi davanti alla conoscenza”

Liliana Segre ha di recente ricevuto il dottorato honoris causa alla “Sapienza” di Roma, in Storia dell’Europa.

La sua lectio magistralis – pronunciata a braccio dopo che la senatrice aveva abbandonato il testo preparato – ha insistito sul valore della cultura e sull’importanza della trasmissione del sapere. Un valore e un’importanza veri anche nel lager.

“Non posso non ricordare” – ha detto la Segre -, “tra tanti professori che ho incontrato nella mia vita e mi hanno dato conoscenza, un povero professore francese, prigioniero, operaio schiavo-come me, ad Auschwitz. Io ero per un certo periodo la sua inserviente. E lui, vedendo questa ragazzina che lo aiutava mi diceva: ‘Tu che classe hai fatto? Io sono un professore di storia’. Stavo facendo la II media prima di essere deportata ad Auschwitz. E lui mi disse. ‘Proviamo ad essere io e te come eravamo prima, liberi’. E parlavamo di storia. Ed era un momento così assoluto, di libertà, noi, vestiti a righe, scheletriti; io orfana, lui aveva perso i figli. Eppure in quegli attimi rubati parlavamo di storia: eravamo liberi, perché avevamo ripreso la nostra funzione, io di allieva e lui di professore. Eravamo liberi come si è liberi davanti alla conoscenza”.

I ricordi della senatrice fanno pensare al famoso passo di “Se questo è un uomo” in cui Primo Levi cerca di spiegare a un compagno di prigionia il canto di Ulisse, il XXVI canto dell’Inferno dantesco.

“Ecco, attento Pikolo, apri gli orecchi e la mente, ho bisogno che tu capisca:
‘Considerate la vostra semenza: / Fatti non foste a viver come bruti, / Ma per seguir virtute e conoscenza’. Come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono. Pikolo mi prega di ripetere. Come è buono Pikolo, si è accorto che mi sta facendo del bene. O forse è qualcosa di piú: forse, nonostante la traduzione scialba e il commento pedestre e frettoloso, ha ricevuto il messaggio, ha sentito che lo riguarda, che riguarda tutti gli uomini in travaglio, e noi in specie ; e che riguarda noi due, che osiamo ragionare di queste cose con le stanghe della zuppa sulle spalle”.

Anche in Levi due uomini che erano trattati alla stregua di non-uomini ritrovano a pieno la propria umanità nel ragionare sul messaggio di un capolavoro della letteratura mondiale. Pur nel brutale universo concentrazionario l’uomo ritorna uomo, anzi diviene Dio, perché – come scriverà don Milani – è in tal modo che “l’uomo somiglia davvero a Colui che l’ha creato, e che è sola mente e solo sapere”.
“Basta, bisogna proseguire” – è ancora “Se questo è un uomo” -. “Darei la zuppa di oggi per saper saldare ‘non ne avevo alcuna’ col finale. È tardi, è tardi, siamo arrivati alla cucina, bisogna concludere: ‘Tre volte il fe’ girar con tutte l’acque, / Alla quarta levar la poppa in suso / E la prora ire in giú, come altrui piacque’. Trattengo Pikolo, è assolutamente necessario e urgente che ascolti, che comprenda che questo ‘come altrui piacque’, prima che sia troppo tardi, domani lui o io possiamo essere morti, o non
vederci mai più, devo dirgli, spiegargli del Medioevo, del così umano e necessario e pure inaspettato anacronismo, e altro ancora, qualcosa di gigantesco che io stesso ho visto ora soltanto, nell’intuizione di un attimo, forse il perché del nostro destino, del nostro essere oggi qui”.

Ma torniamo alla Segre. E a un suo secondo ricordo, ambientato in un freddo stanzone dove le hanno appena rasato i lunghi capelli: “Entrò una ragazza e si mise davanti a me. E ci guardavamo e volevamo parlare, comunicare. Lei era cecoslovacca, nessuna lingua in comune, e però avremmo voluto dirci ‘Che terribile dove siamo!’. E lei mi chiese in una sorta di latinorum se sapevo qualche parola di latino, e fu fantastico perché con quelle poche parole che sapevamo ci siamo scambiati delle cose fondamentali. Il concetto era ‘La mia cosa è lontana, la mia famiglia è perduta’. E fu fantastico per noi trovare una lingua. Quella mia amica di quel giorno, di cui poi non ho saputo più niente, in un universo dell’orrore, in cui la cultura era lontana, in cui i sentimenti migliori erano stati uccisi insieme alle persone …. E però quelle due ore non le abbiamo mai dimenticate, perché ci aiutavano a riprendere il nostro posto nel mondo!”.

Francesco De Palma

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