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“Europa 33”: malattie del passato?

Georges Simenon non è stato solo un grande giallista, bensì pure un importante reporter, capace di leggere la realtà del suo tempo ed offrirla con immediatezza ai lettori, di ieri e di oggi, quasi un Kapuscinski del primo dopoguerra.

E proprio l’analogia con il grande giornalista e saggista polacco lo qualifica come un autore di “pezzi” he oltrepassano la pura dimensione cronachistica per aiutarci a comprendere la storia. Ed ecco che le note dei suoi giri per l’Europa nei primi mesi del 1933 – viaggi da ovest a est, fin nell’Unione Sovietica -, pubblicate sulla rivista “Voilà”, espressamente dedicata ai reportage d’autore, ed ora ripubblicate da Adelphi con il titolo, appunto, di “Europa 33” (pp. 378, 18 euro), ci permettono un tuffo nella parte orientale del nostro continente, nella parte orientale di allora, con la sua arretratezza, la sua perifericità, le sue spaccature ideologiche, ma anche nell’Europa orientale (e mediterranea, e occidentale) di sempre, con i suoi nazionalismi, le sue insicurezze, le sue inquietudini.

Quel che ritroviamo, nel reportage simenoniano, è la malattia antica degli europei, quella identitaria, una malattia oggi forse sopita, ma sempre pronta a ridestarsi sotto i nuovi nomi del populismo e del sovranismo, per generare contrapposizioni e conflitti.

“Europa 33” è appunto questo: un viaggio in un’Europa malata – “Dica 33”, scherza Simenon -, l’Europa di ieri, attraverso la cui restituzione intravediamo i sintomi più blandi che caratterizzano il nostro oggi.

E così il volume è la fotografia di un mondo finito per sempre: “Ci pensi quando sei in un noto ristorante di Varsavia, con in sottofondo una musica languida, mentre giochi di luce accentuano la bellezza di donne che sanno di essere belle, e giovani ufficiali fanno il baciamano come altrove non si usa più”.

Ma anche, e nella stessa pagina, la fotografia di un mondo che non riesce a finire: “Ti viene una certa fifa, devo ammetterlo. La stessa fifa che hai quando vedi un bambino giocare con i fiammiferi. Ebbene, da nord a sud, dal Baltico al Mar Nero e al Mediterraneo, tutti se ne vanno in giro innocentemente con le mani piene di fiammiferi”.

“Un piccolo paese è un paese che è stato grande e se lo ricorda”, scrive folgorante Simenon. E in questa stessa opposizione tra realtà e percezione, tra visione e nostalgia, cogliamo inquieti anche il pericolo che certi demoni si riaffaccino ancora. Nelle nostre menti di analfabeti funzionali, obnubilati dalle fake news, schiavi dei social e delle nostre solitudini sazie e insoddisfatte.

Francesco de Palma

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