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L’Europa che allontana i Balcani

 
Il ministro dell'immigrazione svedese Tobias Billstrom
Egoismi e paure di invasioni dietro alle ipotesi di reintroduzione dei visti

Solo due mesi fa l'Europa era tornata con forza nei Balcani, a Sarajevo, per riaffermare con determinzaione il legame tra questa regione e l’Unione Europea. Il presidente del Consiglio Europeo, Erman Van Rompuy - intervenendo all’incontro internazionale per la pace organizzato nella capitale bosniaca dalla Comunità di Sant'Egidio – lo aveva detto con chiarezza: “l'idea e la missione europee sono di sradicare per sempre la guerra. E, senza l’Unione europea, non ci sarà mai pace durevole nei Balcani Occidentali tanto provati dalla storia. Il futuro è l’Unione europea. Non bisogna cercare la pace altrove. La storia ci ha insegnato questa terribile lezione”.
Sembrava il definitivo ritorno dell’Europa in un paese e in una regione dove la guerra e la dissoluzione della Jugoslavia aveva messo a dura prova le istituzioni europee, incapaci di intervenire efficacemente per fermare le stragi degli anni ’90 e messe poi in crisi dalla lunga crisi del Kossovo.
Ma a soli due mesi da questo importante ritorno, in giro per l’Europa, ed in particolare nel nord Europa si levano voci in controtendenza. Sei Paesi (tra loro Francia, Germania, Svezia) chiedono di rafforzare i controlli sull’immigrazione in provenienza da Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Albania, Serbia, Montenegro. Così, poco tempo dopo la misura che superava la necessità di visti di ingresso da questi stati (che permette a chi viaggia provenendo dai Balcani di restare 3 mesi nell’area Schengen senza richiedere visti), sembra riaffacciarsi l’ipotesi dell’obbligo di visto per chi proviene dai Balcani Occidentali.
La discussione si è fatta interessante soprattutto in Svezia – come rivelato da alcuni quotidiani nazionali – dove il ministro dell’immigrazione Tobias Billström e il collega ministro degli esteri Carl Bildt si sono ritrovati su posizioni contrastanti sull’argomento: favorevole al ritorno ai visti il primo, contrario il secondo.
Dietro al dibattito si cela anche il fantasma dell’invasione dei Rom: negli ultimi mesi sono state introdotte diverse domande d’asilo di cittadini Rom provenienti dalle repubbliche ex Jugoslave. Così qualcuno ha accusato: “se vogliono entrare in Europa, rispettino i diritti delle loro minoranze”. Giusto! Peccato che queste stesse minoranze vivono segregazione ed esclusione in tutta Europa. Sembra così di tornare a quanto già visto nei decenni passati con i trattati pre-adesione di Romania e Bulgaria: invece di approfittare dei passaggi della storia per affrontare seriamente in un quadro europeo le questioni relative ai Rom, questi ultimi (e soprattutto i loro diritti), divengono merce di scambi tra cancellerie e Stati… Tutto ciò mentre l’antigitanismo dilaga nell’Europa dell’Est.

Marco Giani (Parigi)

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