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Mario Marazziti: La pace è possibile, anche in Siria

"Occorre fermare la guerra, un'escalation letale di nuova guerra,  e poi inventare la pace.
Lasciatemi dire, dalla mia esperienza personale, che la pace e' possibile, anche in Siria." Lo ha affermato il capogruppo di Scelta Civica in commissione Esteri della Camera, Mario Marazziti, durante le dichiarazioni di voto in Aula sulle mozioni sulla crisi siriana. ''Come ha ricordato anche Papa Francesco - ha sottolineato Marazziti - 'la pace, anche al termine di conflitti terribili, si raggiunge con il dialogo, quando smette il rumore delle armi: la guerra segna sempre il fallimento della pace, e' sempre una sconfitta per l'umanita''. La pace in Siria può cominciare anche con la decisione di oggi. Noi lavoreremo, con il governo italiano, con l'Europa, con tutti i Paesi coinvolti nel conflitto siriano, con la societa' e il popolo siriani, per questo. Lo dobbiamo alle vittime, anche a quelle delle armi chimiche''.
Marazziti esprimendo la gioia per il ritorno di Domenico Quirico, ha ricordato i tanti ancora nelle mani dei sequestratori: "In questi giorni, dall'orrore e' tornato un caro amico e grande giornalista, Domenico Quirico. Ci sta aiutando a capire. io sono stato fortunato ad andare in Siria fino allo scorso anno per motivi umanitari e a non essere stato sequestrato.  Sono ancora prigionieri i vescovi Mar Gregorios Ibrahim, Paul  Yazigi, amici personali, come padre Dall'Oglio, Abdulaziz Al Khayer, leader dell'opposizione siriana che è rimasto a Damasco, un altro caro a amico e coraggioso uomo di pace, che ha passato molti anni di vita nelle prigioni del padre di Assad,  sparire dai falchi perché' lavorava a una soluzione politica  e contrario all'internazionalizzazione del conflitto e all'intervento armato."

Riportiamo di seguito il testo integrale dell'intervento:

Intervento dell’On Mario Marazziti alla Camera dei deputati sulla Mozione del Governo Italiano sulla crisi siriana.

Presidente, Presidente del consiglio, Onorevoli Colleghi,

è un passaggio importante oggi. Per la guerra o per la pace. La Siria è un paese che amiamo, ci legano a quel paese la storia, la geografia, la necessità di un Mediterraneo come spazio di scambio e di pace, con tre lati.

Mentre parliamo, e' sotto assedio la città' di Maloula, una delle più' antiche comunità' cristiane del mondo. Si parla aramaico, la lingua di Gesù'. C'è' il più' antico altare del mondo, nella chiesi a di San Giorgio. Prima dell' imperatore Costantito.
L'assedio non è del governo, ma di gruppi islamisti radicali. Pulizia etnica e religiosa.
La Siria che conoscevamo, pur sotto un regime autoritario, si è rotta. E' stata rotta anche da tanti attori internazionali.
Sabato eravamo in piazza San Pietro. Un'immensa invocazione di pace. La forza debole della preghiera. Mai un silenzio, di preghiera, in centomila, così a lungo.
Tutto questo si è rotto drammaticamente, meno di tre anni fa e la Siria è oggi una ferita terribile, un dolore incalcolabile, non raccontato abbastanza da più di 100 mila vittime e due milioni di rifugiati e profughi, che arrivano fino in Sicilia. Tutte le guerre creano il luogo del male: terra dove il male è particolarmente forte è oggi la Siria, male contro uomini, donne, bambini, la convivenza di antiche comunità religiose e nazionali.

Una catena di errori, e le guerre contengono sempre un'escalation di errori che diventano orrori. Come l'inaccettabile utilizzo  delle armi chimiche.
I fatti. In Siria l'ultima primavera araba. Un regime autoritario che perde la grande occasione delle riforme, la richiesta di democrazia, dignità e giustizia nelle piazze. La repressione miope e brutale, la nascita dell'opposizione armata, il sostegno di paesi arabi e occidentale agli insorti, più armi. E presto, troppo presto, un popolo, un paese assediato dalla guerra. Una guerra che diventa presto una sporca guerra. Errori di valutazione. L'idea di una guerra breve e cambiamento di regime. Una guerra che è diventata la palestra per l'estremismo, il settarismo. Dove la quantità' di armi e di capacita' di attacco delle molte componenti del Free Syrian Army, ha sdoganato la brutalità' del regime che ha iniziato a usare tutta la sua forza offensiva, uno degli eserciti più' organizzati del Medio Oriente, contro i gruppi armati e contro i propri cittadini.
Un fallimento del mondo.
La crisi siriana ha raggiunto dimensioni tali da mettere a rischio la stessa sopravvivenza della Siria come stato e come nazione unitaria (e da più di due anni sottopone la popolazione a sofferenze insopportabili per i civili).

La crisi siriana ha da tempo assunto la dimensione di una vera e propria guerra civile, che vede coinvolti, assieme alle forze regolari siriane, numerosi gruppi armati nati dalla protesta siriana e dal desiderio di maggiore libertà, dignità e giustizia sociale, e numerosi gruppi di professionisti della guerra cresciuti nelle diverse crisi mediorientali, dall’Irak alla Libia alla Cecenia, approfittatori, bande criminali che si rivestono di ideologie o parole religiose:  fino ad assumere il carattere di un’autentica crisi internazionale che vede coinvolti attivamente, in appoggio ai profughi, agli insorti e ai gruppi armati, con attività di intelligence, sostegno umanitario, ma anche economico e militare molti paesi dell’area e del mondo, dalla Turchia, alla Giordania, dal Qatar all’Arabia saudita, dalla Russia al Libano e all’Iran, dagli Stati Uniti all’Unione Europea, con intensità diversa. Non guerra civile, ma guerra, e proxy  war.
Da tempo, al di là delle intenzioni di larga parte del mondo democratico, il sostegno agli insorti che si scontrano senza risparmio di colpi con il regime autoritario guidato da Assad registra sul terreno la distruzione della Siria come luogo di convivenza pacifica – unico al mondo – di comunità religiose e popoli, e  la prevalenza, tra gli stessi insorti, di settarismi violenti di marcata matrice integralista, “jihadista” e “qaedista”.
L'escalation militare non lascia intravedere né nel breve periodo né nel lungo periodo un vincitore, ma già lascia sul terreno un intero mondo di vittime civili. Segna la fuga o il terrore in gran parte delle comunità religiose, come emerge, in maniera eclatante – un esempio tra i tanti - dalla pratica scomparsa in soli due anni di tutti i cristiani dall’antica città di Homs, ridotti a meno di 50 da quasi 100 mila abitanti, residenti dagli inizi dell’era attuale, e come emerge dai rapimenti e dalla scomparsa anche di personaggi religiosi eminenti e capi delle diverse comunità religiose, cristiani e musulmani.
In questi giorni, dall'orrore e' tornato un caro amico e grande giornalista, Domenico Quirico. Ci sta aiutando a capire. io sono stato fortunato ad andare in Siria fino allo scorso anno per motivi umanitari e a non essere stato sequestrato.  Sono ancora prigionieri i vescovi Mar Gregorios Ibrahim, Paul  Yazigi, amici personali, come padre Dall'Oglio, Abdulaziz Al Khayer, leader dell'opposizione siriana che è rimasto a Damasco, un altro caro a amico e coraggioso uomo di pace, che ha passato molti anni di vita nelle prigioni del padre di Assad,  sparire dai falchi perché' lavorava a una soluzione politica  e contrario all'internazionalizzazione del conflitto e all'intervento armato.

 In Siria passa oggi la  frontiera tra pace e guerra nel pianeta, per l’intreccio di fattori geopolitici, alleanze, problemi irrisolti e tensioni in tutta l’area  (il difficile equilibrio riconquistato dal Libano dopo 17 anni di guerra, la tensione sempre presente tra Iran, Israele e vicini, la non risolta transizione irakena, la permanente difficoltà della Libia, la crisi egiziana, l’importanza stessa della Siria come modello di convivenza tra gruppi ed etnie diverse e come alleato di paesi come la Russia da sempre interessati a maggiori rapporti con il mediterraneo, per cui la Siria costituisce porta e porto; può' essere un'avventura senza ritorno. )
L'iniziativa ONU, rilanciata dalla Russia, la disponibilità' di Assad a metter sotto controllo e al bando le armi chimiche, dopo la grande invocazione di pace di a papà Francesco e del mondo, offrono una grande occasione, se usata dalla comunità' internazionale.
Occorre fermare la guerra, un'escalation letale di nuova guerra,  e poi inventare la pace.
Lasciatemi dire, dalla mia esperienza personale, che la pace e' possibile, anche in Siria. L'ho visto e ho lavorato a costruirlo in Burundi, quando un genocidio aveva lasciato sporche di sangue le mani di tutti, come vittime e come carnefici. L'ho visto quando abbiamo cominciato a parlare in Mozambico e abbiamo costruito la pace, quando abbiamo contribuito con la Comunità' di Sant'Egidio, a riunificare la Costa d'Avorio, dopo cinque anni, brutali, di divisione del paese e guerra civile.
Per fare finire la guerra si parla. E chi fa la guerra e' sempre sporco di sangue. E sono i popoli che scelgono le proprie leadership.
 Ma si può riconciliare persone e popoli anche quando sembra impossibile. Bisogna smettere di demonizzare l'altro, anche se in questo momento in Siria tutto sembra parlare di demoni e gli unici angeli sono quelli che piangono.
Occorre creare la via diplomatica efficace che ancora non c'è.  Questo aiuterà anche i rapporti con gli Stati  Uniti, con la Russia, l'autorevolezza dell'Onu.
 Un nuovo ruolo dell'Europa, una grande iniziativa per una soluzione politica.
E' anche il modo di difendere la pace in Libano e l'azione dei nostri connazionali che guidano la missione ONU in Libano, da anni, con intelligenza e a rischio personale.

(La comunità internazionale si è data da tempo strumento e luoghi adatti ad esaminare i crimini contro l’umanità e che per questo esistono procedure e sanzioni condivise a livello mondiale, qualunque sia l’autore e responsabile, senza per questo dovere ricorrere allo strumento della guerra. E che per questo è stato istituito il Tribunale Penale Internazionale (TPI-ICC), nato a Roma il 17 luglio 1998 e in vigore dal 2002, dopo la ratifica del sessantesimo stato: e che anche per i crimini contro l’umanità e il genocidio non contempla come sanzione la pena capitale; gli strumenti per punire gli atti contro l'umanità' già' esistono. Non è' la guerra. Non lo è' al punto che non è' prevista la pena capitale tra le sanzioni anche in caso di genocidio.)
Conferenza internazionale di pace. Impegno umanitario. Difendere  i cristiani, i curdi, tutte le minoranze e popoli in Siria non con le armi, ma con una d escalation delle armi, coinvolgendoli anche se non armati, perché' non armati, nella Conferenza di pace.
Per questo SC ha lavorato e votera' favorevolmente la mozione presentata con la maggioranza e invita anche le opposizioni a votarla, anche con differenze di linguaggio, ma non negli impegni per il Governo e per una chiara scelta di campo a favore del popolo siriano e contro escalation unilaterali della guerra. Per una soluzione politica del conflitto siriano. Per questo il Governo e' impegnato a un ruolo pro-attivo per integrare gli attuali organismi rappresentativi all'estero dell'opposizione siriana on le forze democratiche di opposizione a rive all'interno e all'esterno del Paese e che costituisco la strada non utilizzata per la pace, una grande chance.
La pace, anche al termine di conflitti terribili, si raggiunge con il dialogo,  quando smette il rumore delle armi – come ha ricordato anche Papa Francesco -  e  “ la guerra segna sempre il fallimento della pace, e “e' sempre una sconfitta per l'umanità” e che occorre delegittimare la guerra promuovendo al più presto la via di un nuovo negoziato politico, reso piu' urgente e necessario proprio dall’accresciuto uso di armi sempre più terribili e letali, fino a un cessate il fuoco regionale che coinvolga subito le componenti del Free Syrian Army disponibili ad accettarlo e il governo siriano, e un ampio coinvolgimento della Coalition Syrienne e dei maggiori soggetti che si sono impegnati per una transizione democratica, anche esterni all’attuale Coalition Syrienne, perché l’intera società siriana sia coinvolta nella transizione e nella riconciliazione nazionale.
La pace in Siria può' cominciare anche con la decisione di oggi. Noi lavoreremo, con il governo italiano, con l'Europa, con tutti i paesi coinvolti nel conflitto siriano, con la societa' e il popolo siriani, per questo.  Lo dobbiamo alle vittime, anche a quelle delle armi chimiche.

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