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La beatificazione di Paolo VI: una Chiesa tra la gente, che guarda al futuro

La grande immagine che, come consuetudine, viene scoperta in p.za San Pietro al momento della proclamazione di un nuovo santo, di un nuovo beato, diceva tutto. Paolo VI era ritratto a braccia aperte, l’atteggiamento accogliente, il volto sorridente; avanzava lungo una strada, o una piazza, tipicamente romane, lastricate di quelli che nella capitale chiamiamo “sampietrini”. 
In Paolo VI si rifletteva l’icona della Chiesa come la vuole papa Francesco, “in uscita”, fuori dalle sacrestie, in mezzo alla gente, pronta all’incontro e all’abbraccio; l’icona della Chiesa così come l’ha dipinta quel Concilio che proprio papa Montini aveva condotto in porto, consapevole di essere “luce delle genti” ed “esperta in umanità”, ma pronta a confrontarsi con “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono”. Paolo VI, i suoi successori, l’intera Chiesa postconciliare sanno che imboccare la strada dell’uscita è la sfida a un mondo secolarizzato, tentato dalla chiusura, dal particolarismo, dall’indifferenza, dalla tristezza, affascinato dalla semplificazione, dai riti dell’io, dai miti della prosperità.
Innalzando Paolo VI agli onori degli altari papa Bergoglio celebrava un pontefice che aveva saputo incarnare, nelle difficoltà dei tempi, i decenni della contestazione e degli “anni di piombo”, una pastorale proiettata sulla comunicazione del Vangelo, sul dialogo, sulla promozione umana; celebrava l’identità di una Chiesa “chiamata, senza indugio, a prendersi cura delle ferite che sanguinano e a riaccendere la speranza per tanta gente senza speranza” - così nell’omelia della beatificazione -.
“Papa della modernità”, “umile riformatore” - così è stato detto -, Giovan Battista Montini è stato il primo pontefice a viaggiare in aereo, a visitare la Terra Santa e l’Africa, ad abbracciare “i fratelli separati”, a parlare all’Onu, è così via. Ma è stato soprattutto il papa che, fin dal nome, ha scelto di ricentrare la presenza ecclesiale sull’annuncio del Vangelo, facendo della Evangelii Nuntiandi il manifesto programmatico non solo del suo regno, bensì di tutta una stagione postconciliare. 
Di lui mi piace ricordare quanto scrisse - tra gli otto messaggi diffusi alla chiusura del Vaticano II, indirizzati ai padri conciliari, ai governanti, agli intellettuali, agli artisti, alle donne, ai lavoratori, ai poveri e ai malati, ai giovani -, proprio a questi ultimi: “È a voi, giovani e fanciulle del mondo intero, che il Concilio vuole rivolgere il suo ultimo messaggio [esortandovi] ad ampliare i vostri cuori secondo le dimensioni del mondo, a intendere l’appello dei vostri fratelli, e a mettere arditamente le vostre giovani energie al loro servizio. Lottate contro ogni egoismo. Rifiutate, di dar libero corso agli istinti della violenza e dell'odio, che generano le guerre e il loro triste corteo di miserie. Siate generosi, puri, rispettosi, sinceri. E costruite nell’entusiasmo un mondo migliore di quello attuale!”.
Non so se i giovani di allora, o noi che siamo venuti subito dopo, si è riusciti a realizzare tale immenso programma. Esso resta, nella sua vastità, ma anche nella sua bellezza, nella sua capacità di toccare, muovere, appassionare, il testimone che ogni generazione passa alle successive.

Francesco De Palma

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