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Riconosciuto martire il sudafricano che disse “No” alla stregoneria

Lo scorso 23 gennaio la Congregazione per le Cause dei Santi ha promulgato il decreto che riconosce il martirio in odium fidei di Tshimangadzo Benedict Daswa, ucciso in Sudafrica 25 anni fa, il 2 Febbraio 1990. 

Daswa sarà il primo beato sudafricano. Si tratterà di un laico, un padre di famiglia, ucciso per essersi pubblicamente schierato contro le credenze e le accuse di stregoneria, una pratica purtroppo ancora così diffusa nell’Africa subsahariana.
Tshimangadzo Daswa era nato nel villaggio di Mbahe nel 1946, da una famiglia legata ai culti tradizionali della tribù dei Lemba. E però, terminata la scuola, il ragazzo aveva iniziato a frequentare un gruppo di cattolici che si ritrovava all’ombra di un grande albero e aveva chiesto il battesimo. Negli anni seguente era divenuto insegnante, si era sposato, si era offerto come collaboratore della parrocchia in qualità di catechista. 
I normali ritmi di una vita africana “di periferia” vengono stravolti nel gennaio 1990, quando la regione è colpita da nubifragi particolarmente violenti, con fulmini che si abbattono sui tetti delle capanne mandandoli in fiamme. Secondo la cultura tradizionale era il segno di una maledizione, era frutto di stregoneria. Il capovillaggio decise di chiamare uno sciamano perché individuasse il responsabile. E’ la triste consuetudine di tanta parte dell’Africa rurale, l’individuazione di un capro espiatorio - in genere un anziano o un bambino - per far fronte
alla durezza della vita. Ma Benedict Daswa reagisce con forza a un tale sviluppo della situazione. Discute col villaggio, spiega che i fulmini sono un fenomeno naturale, avverte che di quelle pratiche di stregoneria ne andrà di mezzo qualche innocente, si rifiuta di pagare la quota richiesta a ogni famiglia per il compenso da dare allo sciamano: “La mia fede cristiana - dice - mi impedisce di partecipare a una caccia alle streghe”.
Il suo gesto, il suo radicale dissociarsi, il suo “No”, gli costano la vita: qualche sera dopo, il 2 febbraio 1990, mentre ritornava a casa in auto, trova la strada sbarrata da alcuni tronchi; sceso per rimuoverli, dalla boscaglia esce una folla minacciosa che si mette a linciarlo.
Con la sua resistenza tenace, col suo sguardo non annebbiato dalla superstizione e dall’idea che siano sempre gli altri i colpevoli, con la sua fede, Daswa è - insieme a tanti altri testimoni africani di umanità e di giustizia, penso ad esempio a Floribert Bwana Chui, di cui di recente si è scritto su questo blog - un esempio della grandezza di un continente quando si fa toccare dalla luce deI Vangelo.

Francesco De Palma

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