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In Mozambico il popolo ha sete di pace e non vuole tornare indietro - Intervista a don Angelo Romano

Il 4 ottobre 1992 a Roma, grazie alla mediazione della Comunità di Sant’Egidio, veniva firmata la pace che poneva fine a 17 anni di guerra civile in Mozambico, un conflitto che aveva provocato circa un milione di morti. A 24 anni da quello storico evento il Paese oggi è radicalmente trasformato e ha conosciuto un forte sviluppo economico e sociale, accanto a nuove tensioni che si sono affacciate recentemente e che preoccupano anche la comunità internazionale. Cosa fare per conservare il bene più prezioso, quello della pace, come richiede la grande maggioranza della popolazione?

Lo chiediamo a don Angelo Romano, che conosce questo Paese da tanti anni ed è stato designato come mediatore dell’Unione Europea ai negoziati attualmente in corso in Mozambico, affiancato da Mario Raffaelli che partecipò, per lo Stato italiano, al negoziato che portò agli accordi del ’92. Allora, per Sant’Egidio, a portare avanti la mediazione furono Andrea Riccardi e don Matteo Zuppi, l’attuale arcivescovo di Bologna.

Cosa è cambiato in Mozambico in questi 24 anni?
È cambiato tutto! Occorre ricordare che nel 1992 il paese era completamente distrutto ed era tra le nazioni più povere al mondo, anzi per molto tempo è stato il paese più povero al mondo. In Mozambico non si poteva viaggiare, perché tutti i ponti sul fiume Zambesi erano stati fatti saltare durante le guerra. Non c’erano infrastrutture: linee elettriche, strade, centri di salute, scuole. C’erano profughi ovunque: 4 milioni di sfollati interni e 1.700.000 rifugiati, prevalentemente in Malawi, altro paese poverissimo dell’Africa australe. Il paese cercava di uscire dal sistema monopartitico, costruito dal Frelimo fin dall’indipendenza, ma la situazione era drammatica.

E oggi?
Oggi il Mozambico, sebbene stia attraversando un momento difficile e viva una crisi politico-militare, grazie alla pace ha conosciuto per molti anni una crescita economica tra le più forti al mondo ed è considerato per molti aspetti come un modello di sviluppo, accompagnato da importanti scoperte nel settore delle materie prime. Si sono tenute elezioni politiche e sono cambiati due presidenti. Soprattutto è cambiata la popolazione, perché più della metà è nata dopo il ’92. C’è dunque una “generazione della pace” che non ha mai conosciuto la guerra e non vuole conoscerla.

Nel ’92 fu necessaria una lunga trattativa per arrivare alla pace. Quali elementi di quel negoziato possono aiutare il Mozambico a uscire dalle attuali tensioni?
Deve tornare con forza e chiarezza lo “spirito del ’92”. Ricordo che Andrea Riccardi, all’inizio delle trattative tra il partito di governo, Frelimo, e la guerriglia della Renamo, disse che bisognava mettere da parte ciò che divideva e cercare ciò che univa. Ecco lo spirito che deve tornare. Anche considerando che ciò che oggi unisce i mozambicani è moltissimo. Solo per fare un esempio: entrambe le parti concordano sulla necessità di avviare il processo di decentralizzazione e sulle proposte in campo. Ciò che manca, al momento, è la fiducia reciproca. E’ proprio su questo piano che stiamo lavorando. Con un vantaggio rispetto al ’92 perché, a differenza di 24 anni fa, i problemi concreti sono certamente minori.

Come è nata l’idea della Commissione mista?
La Comunità di Sant’Egidio si era mossa prima ancora, cioè dopo le tensioni sorte all’indomani delle elezioni del 2014. Per lungo tempo, nel corso del 2015, è apparso che la crisi potesse risolversi con il dialogo diretto, senza ricorrere a un aiuto dall’esterno. Successivamente però le tensioni sono cresciute e si rivelata necessaria la mediazione internazionale.
Andrea Riccardi, Chiara Turrini e don Angelo Romano
con il presidente del Mozambico
Felipe Jacinto Nyusi
Nell’aprile 2016, durante una missione in Mozambico, abbiamo suggerito al presidente Nyusi e al leader della Renamo Dhlakama di avviare un negoziato suggerendo la formula di “dialogo sul dialogo”, visto che entrambi erano convinti della necessità di incontrarsi ma non erano d’accordo su come iniziare a parlarsi. Sembrava un dettaglio, ma non lo era affatto. Sciolto questo nodo, grazie anche all’intervento della Comunità, si è giunti all’identificazione di 6 soggetti mediatori: l’Unione Europa (con me stesso e Raffaelli), che coordina il negoziato, la Chiesa cattolica (con il Nunzio apostolico e il vescovo ausiliare di Maputo), i rappresentanti del presidente sudafricano Zuma, un delegato dell’ex presidente tanzaniano Kikwete, l’ex presidente del Botswana Masire e Jonathan Power, ex capo di gabinetto di Tony Blair. I lavori della Commissione mista, che comprende, oltre ai 6 mediatori internazionali, anche 6 rappresentanti della Presidenza mozambicana e 6 dell’opposizione, sono cominciati nel luglio scorso.

A che punto è il negoziato?
La trattativa procede e ha fatto un significativo passo in avanti con l’accordo siglato il 17 agosto, che ha stabilito una sorta di road map, che parte proprio dal progetto di decentralizzazione, con una proposta di mediazione attualmente oggetto di riflessione di entrambe le parti. Il prossimo turno negoziale inizierà lunedì 10 ottobre.  

Qual è la situazione dei profughi?
Le recenti tensioni hanno creato un flusso di alcune migliaia di rifugiati mozambicani in Malawi. Ma nelle ultime settimane è diminuito proprio grazie a questo primo miglioramento della situazione politica. Sappiamo che c’è ancora molto lavoro da fare e assistiamo ogni tanto, soprattutto nella regione di Gorongosa, ad alcuni scontri, ma abbiamo la forte convinzione che oggi, come in passato, la pace sia l’unica soluzione per il Paese. Continuando con forza la nostra attività di mediazione, siamo incoraggiati dal sentimento della popolazione mozambicana che non ne vuole sapere di un nuovo conflitto e che ha sete di pace.
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