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Il bando delle armi nucleari e le armi del dialogo

Quando nel 1970 fu firmato il trattato di non proliferazione nucleare (TNP), nel mondo c’erano circa 38.000 testate nucleari, ma negli anni successivi prevalse la corsa agli armamenti atomici dettata dalla politica della deterrenza reciproca. Tale politica, che ha dominato i lunghi anni della guerra fredda, si basava sulla teoria della distruzione mutua assicurata (MAD), per cui, assodato che una guerra nucleare non avrebbe  potuto avere vincitori e che chi l’avesse intrapresa avrebbe causato automaticamente anche la propria autodistruzione, sarebbe stato irrazionale per qualunque parte intraprenderla, confermando in questo modo il valore di deterrenza dell’arsenale atomico. Tale politica, che peraltro non fu esente da rischi ed incidenti, probabilmente non tutti resi noti, portò all’escalation della produzione di ordigni nucleari che 1986 toccò la quota record di quasi 70.000 testate nucleari attive. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica e i conseguenti mutamenti politici e di strategia militare, il numero di testate nucleari attivi si è progressivamente ridotto e oggi si stima ne rimangano attive circa 15.000. Un numero sempre sufficiente a distruggere l’umanità, ma che desta preoccupazione anche perché nel frattempo è cresciuto il numero di paesi detentori o che hanno intenzione e possibilità di dotarsi di un proprio arsenale nucleare. 
La disponibilità di testate nucleari di URSS/Russia e Stati Uniti tra il 1945 ed il 2006 (da wikimedia)
E’ possibile bandire le armi nucleari ? E’ la sfida degli organizzatori della conferenza delle Nazioni Unite per negoziare la proibizione delle armi nucleari, alla quale hanno partecipato i rappresentanti di 123 paesi e che si è appena conclusa al Palazzo di Vetro con l’impostazione della cornice legale del trattato e l’impegno ad affrontare una seconda fase dal 15 giugno al 7 luglio prossimo. Le potenze nucleari e molti loro alleati, compresa l’Italia, hanno boicottato i lavori della conferenza, ma come ha dichiarato Maurizio Simoncelli, vicepresidente di Archivio disarmo «la maggioranza dell’umanità, ben 123 Paesi,  sta dimostrando la propria determinazione nel vietare le armi nucleari. È probabile, dunque, che, nella seconda parte della Conferenza, in estate, si arrivi al bando definitivo. Quest’ultimo potrà non avere un effetto pratico immediato. Ma il valore politico sarà enorme». 
Se le potenze nucleari sembrano voler negarne possibilità operative concrete alla conferenza, gettandola nella luce di una iniziativa utopica è opportuno sostenere lo sforzo degli organizzatori perché mettere al bando le armi nucleari non è solo una sfida ideale. Nel messaggio inviato alla conferenza papa Francesco ha sottolineato che non è solo una sfida, ma è  «un imperativo morale e umanitario». Un papa utopico ? No, realista, come ha notato Marco Impagliazzo su Avvenire, perché «Se il mondo è stato capace di dar vita a una campagna di moratoria sulla pena di morte che ha ottenuto buoni risultati e diminuito il lavoro del boia, sarà possibile anche nel campo del nucleare imbrigliare le pulsioni più oscure e muovere passi coraggiosi verso un tempo più umano e più razionale». Il disarmo nucleare è possibile perché la pace è possibile, come sottolinea sempre Impagliazzo: «La pace è possibile, soprattutto se affidata alla via del dialogo, dell’incontro tra le parti, della diplomazia».
Cito questo articolo anche perché, se la notizia è scivolata via su molti mezzi di informazione, va riconosciuto il merito di un giornale come Avvenire di aver mantenuto aperto in questi giorni un focus sull’argomento, mentre la rapida scomparsa della notizia su altri mezzi di informazione mi sembra in linea con un certo raffreddamento dell’interesse dell’opinione pubblica per i temi del disarmo. 
«Dov’è finito il movimento per la pace dopo il 2003» ? Se lo è chiesto Andrea Riccardi all’inizio del suo libro “La forza disarmata della pace” notando come il declino del movimento per la pace è avvenuto «attraverso un processo di ripiegamento generale dell’orizzonte internazionale a quello locale e quotidiano: ci si interessa di altre questioni, più vicine alla propria vita e allo scenario nazionale». Ma la pace è possibile e la pace si può costruire. Così Andrea Riccardi auspica che riprenda forza un movimento capace di diffondere e far crescere  una cultura di pace. Cultura di pace che si faccia linguaggio, pensiero, sperimentazione di nuovi percorsi di incontro e che richiede passione e slancio nella comunicazione, a partire dall’educazione delle giovani generazioni. «In tante parti del mondo – nota sempre Riccardi - ci sono donne e uomini che si muovono in questa linea e nutrono simili aspirazioni» Risorse di pace che nella storia hanno cambiato la vita di popoli interi e che è necessario sostenere e risvegliare. 

Si la pace è possibile e non si può permettere che venga rivalutata la guerra come garanzia di pace, né la teoria ormai decotta della deterrenza. L’unica corsa agli armamenti realista è quella indicata da papa Francesco parlando all’Europa : armare i nostri figli con le armi del dialogo insegnando loro la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione.

Marco Peroni
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