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"Il crollo del noi", di Vincenzo Paglia: alla riscoperta della prossimità ...

I due maggiori quotidiani italiani hanno entrambi, nel giro di un paio di giorni, dedicato una pagina di peso all’ultima fatica di mons. Vincenzo Paglia, vescovo, presidente della Pontificia Accademia per la Vita. Ovvero il volume “Il crollo del noi”, appena edito da Laterza. 

L’8 ottobre Aldo Cazzullo, editorialista di punta del “Corriere della Sera”, ha intervistato l’autore dandogli modo di spiegare le ragioni del titolo: “Dopo la morte di Dio sembra venuta ora la morte del prossimo. Ecco la profonda contraddizione del nostro tempo: l'avvento del mondo globale coesiste con la disintegrazione della società del convivere, dalla famiglia alla città alle nazioni; come conferma ora il dramma catalano. Assistiamo alla nascita di un nuovo individualismo che asservisce tutto a se stesso”. “Si nota poco”, continua Paglia nell’intervista, “che Gesù rovescia la domanda ‘Chi è il mio prossimo?’ [e] dice che tu devi essere il prossimo dell'altro. Dobbiamo reinventare la prossimità”. Perché “il valore dell'individuo è una grande conquista della cultura cristiana. Ma ora è diventato narcisismo, tradendo se stesso”. 
Il giorno successivo, sulle colonne del giornale da lui fondato, “la Repubblica”, Eugenio Scalfari ha scritto un fondo appassionato e ragionato sul valore di un “Noi” che “non è soltanto una parola e il titolo di un libro: è un programma”. Ed un programma vastissimo: “I poveri; le diseguaglianze; papa Francesco; relativismo e Assoluto; modernità; società; la famiglia; i giovani, Dio e Amore; la fratellanza; l’Umanesimo; la prossimità; la parola. Questi temi”, riassume Scalfari “si intrecciano continuamente l’uno con l’altro e questo è il pregio del libro”. E conclude: “Grazie, caro Vincenzo, per il libro che hai scritto”.
In effetti “Il crollo del noi” è un volume che coglie bene lo stallo della nostra contemporaneità, quel concepirsi come individui sempre più slegati da ogni vincolo, sempre meno appesantiti da un bagaglio. Ma la libertà così conquistata è minacciata proprio dal successo dell’operazione, perché il vincolo e il bagaglio sono anche dei supporti e delle garanzie in un mondo liquido e agitato.
Come ha notato Scalfari, il libro percorre il mondo e la Bibbia con grande abilità, muovendosi da un concetto all’altro, in un continuo declinare quel che è scritto all’inizio della storia sacra e di ogni storia destinata a un futuro: “Non è bene che l’uomo sia solo”. Non è bene, non può essere questo il suo destino, non dev’essere questa la sua condanna. Certo, sostiene Paglia, la famiglia è sempre più fragile, la vita della città è una sfida difficile da affrontare, il nuovo disordine globale mette a dura prova le nostre certezze e induce al ripiegamento. Ma c’è bisogno di un nuovo umanesimo, declinato al plurale. Ma quella verità, quella pace, quella pienezza che tutti cerchiamo non potremo trovarla in uno soliloquio privo di orizzonti, bensì in un dialogo capace di aprirmi a nuove, impensate potenzialità. Ma c’è una nuova prossimità da inventare, partendo dal debole che sono anch’io, dall’ultimo che mi interpella. 
La fraternità è sempre stata “una frontiera difficile”, ammette Paglia. Ma essa è la chiave che ci apre al mondo del “Noi”, al mondo dell’utopia, quel mondo in cui non siamo ancora ri-entrati, e che pure ci aspetta, quell’“impegno comune tra credenti e non credenti” che solo può farci “affrontare le grandi sfide del presente”.

Francesco De Palma

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