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"1945", il fim di Ferenc Török.

Nell'Ungheria che nelle recenti elezioni ha votato in massa Viktor Orbán, esiste un mondo intellettuale che sta cercando di guardare alla storia del proprio paese con un approccio diverso da quello del mito della "nazione eterna, quella cattolica, quella sopravvissuta ai terrori del Novecento, quella repressa – ma non domata – del 1956, anno della Rivoluzione in cui l’Europa tutta volse altrove lo sguardo o, peggio, si dichiarò carrista" (Fonte: East Journal).
A questo mondo appartengono alcuni registi che, producendo un cinema di ottimo livello, stanno effettuando un'importante operazione sulla memoria di una delle vergogne più grandi della società magiara, cioè la liquidazione, durante l'occupazione tedesca, della comunità ebraica ungherese, avvenuta nell'arco di pochi mesi, nel 1944.
I nazisti da soli non avrebbero mai potuto deportare nei lager polacchi circa 438.000 ebrei (ben oltre il 60% dei 725.000 ebrei ungheresi residenti prima del 1944). Come in altri contesti, soprattutto dell'Europa Centro-Orientale, ciò fu possibile sia grazie al diffuso antisemitismo della popolazione, sia grazie alla complicità dal governo filonazista ungherese guidato da Ferenc Szálasi, successore dell'ammiraglio Miklós Horthy, anch'egli alleato con le potenze dell'Asse nella seconda guerra mondiale.
L'infamia della Shoah magiara si manifestò, oltre che nelle azioni degli esecutori materiali, anche nella fitta rete delle complicità di chi sostenne questa spaventosa macchina della morte per piccoli e meschini interessi personali che, soprattutto nella provincia dove i controlli erano meno rigidi,  spesso consistettero nel denunciare, aiutando la  loro deportazione, i propri vicini di religione ebraica, solo per appropriarsi dei loro beni economici od occupare le loro posizioni sociali.
In questa grande zona grigia, per usare una definizione cara a Primo Levi, dove calcolo, ferocia e squallido opportunismo si diedero appuntamento, si sviluppa il film del regista Ferenc Török: "1945" (Ungheria, 2017) che uscirà nelle sale cinematografiche il prossimo 3 maggio 2018.
Ferenc Török al pari del suo connazionale László Nemes ("Il figlio di Saul", 2016), si accosta, con uno stile cinematografico raffinato ed intelligente, ad un drammatico periodo di transizione del suo paese, cioè quello che va dalla seconda guerra mondiale, all'inizio del regime comunista filosovietico.
La trama del film, basato su un racconto dello scrittore Gábor T. Szántó, si sviluppa interamente all'interno di un remoto villaggio rurale della provincia ungherese. In un'afosa giornata dell'agosto 1945, mentre gli abitanti del villaggio si stanno preparando per la festa di matrimonio del figlio del vicario, un treno lascia alla stazione due ebrei ortodossi, uno giovane e uno anziano. I due scaricano due casse misteriose e si avviano verso il villaggio, accompagnati dallo sguardo vigile delle truppe occupazioniste sovietiche. Il precario equilibrio del dopoguerra sembra minacciato dall'arrivo dei due ebrei. in tutto il villaggio si diffondono rapidamente paure e sospetti circa il fatto che i tradimenti, le omissioni e i furti ai danni della comunità ebraica, interamente deportata nei lager, possano venire a galla.
La coscienza sporca dei propri connazionali è quindi l'oggetto di indagine del film di Török.
Il messaggio profondo che scaturisce da questa pellicola è che non può esistere una vera memoria senza una profonda elaborazione (ed assunzione di responsabilità) del passato. E se una nazione non ha il coraggio della memoria, anche confessando e riconoscendo le proprie nefandezze, nella pratica si autocondanna al suicidio. Come ha detto il regista durante un'intervista: "Penso al tema del nuovo inizio e a come la società deve superare il trauma, iniziare un nuovo viaggio, affrontare il passato ed intraprendere una nuova vita".
Si può dire con assoluta certezza che ci troviamo di fronte ad una storia forte, commovente e  ben riuscita nei suoi intenti. Ottima la scelta delle musiche e della fotografia in bianco e nero. Nella mano del regista si avverte la migliore tradizione estetica del cinema dell'Europa Centro-Orientale, quella probabilmente appresa durante gli studi presso l'Academy of Drama and Film di Budapest.
Un film imperdibile che sarebbe bene mostrare ai più giovani, in questa fase storica dove i testimoni delle atrocità della seconda guerra mondiale sono oramai quasi tutti scomparsi e il rischio dell'oblìo e delle sue conseguenze è dietro l'angolo.

Francesco Casarelli
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