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Quando gli anni sembrano troppi ...

Il mio primo pensiero è che in una società di straricchi e benestanti, a cui manca ben poco, si cerca e si trova sempre qualcosa che non va.
Forse, si potrebbe spiegare così la vicenda del Professore David Goodall, australiano, scienziato specializzato in botanica, ora 104enne, che ha vissuto pienamente, ha lavorando quasi fino all’ultimo, cioè fino a che glielo hanno permesso!
Infatti, nel 2016, all’età di 102 anni, è stato dichiarato non più idoneo al lavoro dalla sua università presso cui prestava la sua opera, ma, nonostante ciò continua a produrre articoli per molte testate specializzate in ecologia e botanica.
Insomma, la sua vita non è davvero vuota, anzi, intensa vista la sua ragguardevole età e, tra l’altro, affettuosamente circondato dalla sua famiglia.
Il quotidiano La Repubblica, in un articolo pubblicato il 30 aprile scorso, raccontandone la storia, riporta alcune sue frasi e la dichiarazione dei suoi legali, i quali annunciano che David Goodall, nonostante tutto, abbia deciso di contattare un'agenzia “specializzata” nel suicidio assistito in Svizzera, a Basilea.
In precedenza, il professore aveva manifestato una improvvisa insofferenza, non tanto per la vita in sé, quanto per l’età raggiunta.
Avrebbe, infatti, dichiarato che “non sono felice. Voglio morire. Non è particolarmente triste il morire, è triste sentirsi il peso dell'età".
Con queste parole ha voluto spiegare la scelta per una decisione così definitiva. E aggiunge che: "Il mio pensiero è che una persona anziana, come me, dovrebbe avere tutti i diritti, inclusa la possibilità del suicidio assistito".
Forse pensa di aver già vissuto pienamente, ha avuto le sue soddisfazioni, forse è anche sazio di giorni. Ma, c’è dell’altro: sembra come se l’inaspettata longevità porti con sé una inevitabile amarezza. Cioè, quella di non essere più libero di vivere al livello di un giovane o di un adulto. Insomma, è stanco di subire le limitazioni dovute all’età.
Una ricercatrice dell’università di Torino ha studiato il fenomeno del suicidio in tarda età. Patrizia Moretti, nei suoi studi, argomenta che “nell’anziano il suicidio viene compiuto prevalentemente in solitudine, difficilmente in presenza di altre persone e/o in luoghi in cui queste possano intervenire”. 
La studiosa spiega che un anziano, se arriva al suicidio, molto raramente lo fa per protestare contro la società in cui vive, ma, più verosimilmente, esplica un’aggressività rivolta verso di sé, al fine di evitare difficoltà nell’accettare perdite di autonomie o cambiamenti di abitudini che la vecchiaia comporta nelle diverse età.
In simili circostanze, il rischio di una scelta estrema nell’età anziana può essere rilevante.
In anni recenti, si ha notizie di diversi anziani ultracentenari che si sono tolti la vita o che avevano manifestato un simile impulso.
Pur non volendo dare giudizi in merito a scelte comunque drammatiche, sembra mancare in queste storie un senso, un valore della vita che fa aggrappare alla vita fino allo stremo, una voglia di vivere di chi sa che, malato grave, terminale, ferito… cerca comunque di restare con tutte le sue forze in vita e di resistere, per un vedere realizzato desiderio, per rimanere con una persona cara, per vedere il raggiungimento di un risultato…
Non è solo un problema di una crisi di valori, o di ideali, come si diceva una volta. Penso che, come più volte ha ribadito Papa Francesco, molto sia dovuto alla “cultura dello scarto”, che annulla, rende inutile, cancella chi non è produttivo, chi non è sano, chi non può dare qualcosa di concreto alla società.
Dice Papa Francesco: “Questa ‘cultura dello scarto’ tende a diventare mentalità comune, che contagia tutti. La vita umana, la persona non sono più sentite come valore primario da rispettare e tutelare, specie se è povera o disabile, se non serve ancora – come il nascituro –, o non serve più – come l’anziano”. 

Insomma, anche la vita sofferente deve essere riconosciuta degna di essere vissuta, e chi non riesce da solo a sopportare la sua sofferenza deve essere accompagnato, sostenuto, consolato e persino coccolato. Quando le cure mediche non possono più nulla, rimane sempre qualcosa che si può fare: ognuno nello specifico ha la sua originalità. La cura è nel farsi prossimi per scoprire la strada giusta per alleviare il male di ognuno.

Germano Baldazzi
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