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De Andrè e gli "zingari"



Forse sarà accaduto anche a voi - in questi giorni in cui si reclamano la realizzazione di censimenti vari – di evocare De André. In particolar modo, di alcune sue canzoni contenute nel suo ultimo album del 1996 Anime salve. E’ nota la profonda tensione morale che caratterizza l’intera produzione di De André, accompagnata da una predilezione per i cosiddetti “ultimi”, ossia coloro che per condizione o scelta deliberata subiscono gli effetti del potere o di una cultura alla quale non si conformano e ne vengono spesso schiacciati.

“…sono state giornate furibonde, senza atti d'amore … solo passaggi e passaggi, passaggi di tempo…”, cantavano De André e Fossati in Anime salve. Giustamente qualcuno ha affermato che questa canzone accarezza l'anima, ogni volta che viene riascoltata. Tanti hanno sottolineato l’espressione artistica di Faber portatrice di valori forti e nobili. Per questo sempre attuale e moderna, proprio perché fuori dagli schemi, critica nei confronti della società di appartenenza e vicina agli umili e agli emarginati.


Proprio in queste giornate furibonde ho riascoltato la canzone Khorakhané, che, in questi ultimi anni di crescente razzismo e di caccia al rom (e all' "altro" in generale) assume un valore speciale. I "Khorakhané" (alla lettera: "Amanti del Corano") sono una tribù rom proveniente soprattutto dal Kosovo. Una canzone tristemente reale, che toglie il fiato, che racconta del popolo Rom e delle sue vicissitudini con una notevole abilità compositiva. E poi la melodia sembra trasmettere una compassione amorevole verso gli zingari, come l'ultima strofa, cantata da Dori Ghezzi, che è una poesia in lingua romanès. Mi sono ricordato che in rete è presente il discorso di apertura di Fabrizio de André al concerto del 1998 al teatro Brancaccio di Roma in cui presenta le canzoni contenute in Anime salve. Si sofferma sugli zingari dicendo: "(...) è il caso del popolo Rom, quello che noi volgarmente chiamiamo “Zingari” prendendo a prestito il termine da Erodoto, che li chiamava “Zinganoi” - diceva che era un popolo che veniva dal sud-est asiatico, dall'India, che parlavano una strana lingua - che poi si è scoperto essere il Sanscrito - e che facevano un mestiere (se mestiere lo si può considerare): quello del mago e dell'indovino. E’ quindi un popolo che gira il mondo da più di 2000 anni, afflitto o affetto - io non so come meglio dire, ma forse semplicemente affetto - da quella che gli psicologi chiamano “dromomania”, cioè la mania dello spostamento continuo, del viaggiare, del non fermarsi mai in un posto. E’ un popolo, secondo me, che meriterebbe - per il fatto, appunto, che gira il mondo da più di 2000 anni senza armi - meriterebbe il premio per la pace in quanto popolo. Purtroppo i nostri storici - e non soltanto i nostri - preferiscono considerare i popoli non soltanto in quanto tali ma in quanto organizzati in nazioni, se non addirittura in stati, e si sa che i Rom - non possedendo territori - non possono considerarsi né una nazione né uno stato. Mi si dirà che gli zingari rubano; è vero, hanno rubato anche in casa mia. Si accontentano, però, dell'oro e delle palanche; l'argento non lo toccano perché secondo loro porta male, lascia il nero - quindi vi accorgete subito se siete stati derubati da degli zingari. D'altra parte si difendono come possono; si sa bene che l'industria ha fatto chiudere diversi mercati artigianali. Buona parte dei Rom erano e sono ancora artigiani, lavoratori di metalli (in special modo del rame), addestratori di cavalli e giostrai - tutti mestieri che, purtroppo, sono caduti in disuso. Gli zingari rubano, è vero, però io non ho mai sentito dire - non l'ho mai visto scritto da nessuna parte - che gli zingari abbiano rubato tramite banca. Questo è un dato di fatto”.


Forse in queste giornate furibonde, per sedare il clima può aiutare riascoltare De André per imparare ad abbassare la voce e sviluppare molto di più l’ascolto e la nostra argomentazione. Lo penso anche da insegnante: ascoltare De André, con quella sua voce mai esagerata, in silenzio e riflettendo. E perché no, apprezzando l’arte.

Antonio Salvati
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