“Eccomi!”: papa Francesco, “un punto bianco nel buio”

Massimo Recalcati scriveva alcuni giorni fa: “Papa Francesco cammina con una piccola scorta tra le vie deserte del centro di Roma. Non è una scena di un film di Buñuel […]. Piuttosto la cifra più profonda del suo pontificato: […] restare accanto a chi trema, a chi ha paura. Sotto i colpi del Covid-19 è la città che trema, che ha paura, che è caduta nello sconforto. Francesco si mostra come l’Altro che risponde alla chiamata del suo popolo. E’ la prima parola, la parola più eminente di ogni pratica di cura: ‘Eccomi!’. E’ la postura materna di tutti coloro che oggi si prendono cura dei nostri malati: ‘Non vi lascio cadere, non mi allontano, resto con voi. Qualcosa di spaventoso sta accadendo; una strana guerra, ma io sono in mezzo a voi’. Non si tratta di negare, di rimuovere, di minimizzare la gravità estrema di questo tempo, ma nemmeno di restare paralizzati, privati di speranza. Il corpo del papa appare come un punto bianco nel buio”.

Papa Francesco, nella latitanza di leader di questo tempo, mentre i più si danno da fare come possono, altri rivelano la loro mediocrità, ed altri ancora – i più arroganti nei mesi scorsi – danno mostra del vuoto che la menzogna porta con sé; lui, il papa, emerge invece come un leader mondiale.

E’ lui a pregare da settimane di fronte al coronavirus, lui che aveva cominciato quando era confinato nella lontanissima – si fa per dire – Cina. E’ lui a ricordare chi si prodiga negli ospedali, è lui a cogliere il peso di un tale tsunami sulla vita della gente, sulla mente di tutti, sul cuore di tutti. Non minimizza, non promette. Ma consola, ma indica una prospettiva.

E’ lui a ricordarci che “pensiamo che [certe cose] possano capitare solo a qualcun altro. Invece questo tempo è oscuro per tutti, nessuno escluso. È segnato da dolore e ombre, che ci sono entrate in casa”. Ma è anche lui a immaginare il nostro “dopoguerra”: “Non ci sarà più ‘l’altro’, ma saremo ‘noi’”. Da che cosa bisognerà ripartire come esseri umani? «Dovremo guardare ancora di più alle radici: i nonni, gli anziani. Costruire una vera fratellanza tra noi. Fare memoria di questa difficile esperienza vissuta tutti insieme”.

Ed è sempre lui – mentre tutti sono tentati di andare in ordine sparso – a chiedere l’unità di un’invocazione comune: “In questi giorni di prova, mentre l’umanità trema per la minaccia della pandemia, vorrei proporre a tutti i cristiani di unire le loro voci verso il Cielo, […] recitando contemporaneamente la preghiera che Gesù Nostro Signore ci ha insegnato. Invito dunque tutti a farlo […] mercoledì prossimo 25 marzo a mezzogiorno, tutti insieme. […] Con questa medesima intenzione, venerdì prossimo 27 marzo, alle ore 18, presiederò un momento di preghiera sul sagrato della Basilica di San Pietro, con la piazza vuota”.

La “piazza vuota” nel cuore di una Roma deserta sarà un’immagine potente al pari di quella di Assisi 1986, la preghiera interreligiosa per la pace convocata da Giovanni Paolo II. Un segno per l’oggi e per il domani, davvero un punto luminoso – di salvezza sperata e di fraternità possibile – nel buio in cui siamo immersi.

“Alla pandemia del virus vogliamo rispondere con la universalità della preghiera, della compassione, della tenerezza. Rimaniamo uniti. Facciamo sentire la nostra vicinanza alle persone più sole e più provate. La nostra vicinanza ai medici, agli operatori sanitari, infermieri e infermiere, volontari .… La nostra vicinanza alle autorità che devono prendere misure dure, ma per il bene nostro. La nostra vicinanza ai poliziotti, ai soldati che sulla strada cercano di mantenere sempre l’ordine, perché si compiano le cose che il governo chiede di fare per il bene di tutti noi. Vicinanza a tutti”.

Cosa aggiungere a queste parole? Nulla.

Amen, così sia.

Francesco De Palma

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