“La rivoluzione culturale nazista”

“La rivoluzione culturale nazista” (Laterza), di Johann Chapoutot, è un’opera che raccoglie precedenti articoli e nuovi approfondimenti del docente di Storia Contemporanea alla Sorbona che si è dedicato allo studio della Weltanschauung del III Reich.
La riflessione di Chapoutot ha il merito di indagare l’animus nazista attraverso centinaia di pubblicazioni del tempo. Il nazionalsocialismo ne risulta come un movimento capace non solo di travolgere la Repubblica di Weimar e poi l’ordine di Versailles con la violenza, bensì pure di costruire una mentalità destinata ad irretire e avvelenare un popolo intero. 

Ci fu una cultura nazista. Anche se il termine ‘cultura’ va inteso secondo un’accezione molto diversa dal complesso di idee e di scelte cui siamo soliti associarlo. E però le dinamiche messesi in moto nella Germania del primo dopoguerra furono il tentativo riuscito di conquistare l’agone culturale e di piegarlo a temi e proposte congegnali al nuovo, diabolico movimento di cui Hitler si era messo a capo. Weimar perse la battaglia non tanto sul terreno economico, quanto su quello delle parole e delle idee: “Il nazismo fu innanzitutto un progetto, e questo progetto fu quello di una rivoluzione culturale”.
Di che cultura si nutre, dunque, il Reich “millenario”? Per i nazisti la cultura coincide con la natura. Un vero e proprio “snaturamento” si era verificato in seguito al diluirsi dell’elemento germanico fra i popoli mediterranei, all’evangelizzazione che aveva portato a Nord il pensiero giudaico-cristiano – il cristianesimo “la maggior peste che poteva colpirci nel corso della storia” (Himmler) -, alla diffusione del diritto romano basato sul concetto di persona, alla Rivoluzione Francese che aveva creduto ad assurde costruzioni ideologiche come la libertà, l’uguaglianza, la fraternità …. Per salvare la razza germanica, sotto attacco da secoli – interessanti le pagine in cui Chapoutot individua nel vittimismo la chiave che permette al nazismo di penetrare in molti più ambienti del prevedibile – bisogna operare una “rivoluzione culturale”. ‘Rivoluzione’ è il termine giusto. Si tratta, per il movimento nazista, di ritornare alle origini, a un “atteggiamento istintuale verso gli uomini e le cose”, di recuperare un mondo arcaico idealizzato, di ritornare al punto di partenza, come nelle rivoluzioni celesti, di far di nuovo coincidere natura e cultura, riformulando il diritto e la morale, rompendo “con il principio di umanità (nel doppio senso di universalità e di compassione)”. Il neue Ordnung nazista è il vecchio ordine dell’alba del mondo, istintivo, barbarico – diremmo noi -. E Hitler può dire: “Solo un popolo che non ha ebrei è restituito all’ordine naturale”.
“Il nazismo non mira a formare un ipotetico uomo nuovo”, scrive Chapoutot. Piuttosto un uomo originario, libero da quella civiltà che, bene o male, siamo riusciti a darci. E purtroppo, sembra dirci la lettura del volume, scrostare la patina di civiltà che si è depositata su di noi, non è impossibile. Come dice Gentile nella sua recensione su “Il Sole 24 ore”, attraverso una “martellante, capillare, pervasiva propaganda quotidiana, [si riuscì] a trasformare milioni di uomini e donne, non predestinati alla follia né al crimine, in zelanti esecutori della persecuzione e dello sterminio”.
La prima battaglia, allora, si svolge sul piano culturale. E’ meglio prenderne coscienza. Rimanendo vigili quando si rivalutano istinti e pulsioni quasi fossero cultura o verità; quando si spaccia il vecchio per ciò che è nuovo, la barbarie per il diritto.

Francesco De Palma
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