Quell’intreccio tra populismo e democrazia …

Di Yascha Mounk, politologo, docente di Teoria politica a Harvard, è uscito l’anno scorso “Popolo vs Democrazia. Dalla cittadinanza alla dittatura elettorale” (Feltrinelli), volume che inquadra il vento populista che squassa consolidate democrazie liberali – Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia -, paesi storicamente più fragili da questo punto di vista – Germania, Italia, Polonia, Ungheria, Turchia -, nazioni emergenti – India, Brasile -.
Mounk ragiona sul deteriorarsi di un modello politico affermatosi negli ultimi secoli, impostosi negli ultimi decenni, ed oggi in crisi – e qui la sua analisi sembra impeccabile -, nonché su come impegnarsi per salvaguardare principi, diritti, libertà – e qui, come accade a tutti noi, si vede che le difficoltà sono maggiori -. In ogni caso, avverte, non siamo di fronte a un “momento” populista, bensì a una possibile “era” di “governi del popolo”, che avanza sull’onda di cambiamenti economici, demografici, comunicativi, difficilissimi da contrastare o invertire. 
Sono cambiate la vita concreta dei cittadini e le loro aspettative, non più garantite dalla crescita economica. Sono cambiati i mezzi di comunicazione, non più sotto il controllo delle élite. E’ cambiata l’omogeneità dei cittadini. 
Si tratta di fare i conti con un presente che si chiama globalizzazione. E si tratta – secondo l’autore – di insistere su un nuovo civismo. Difendendo i valori liberali e democratici con l’impegno personale, con la presenza nella sfera pubblica, con una nuova consapevolezza culturale.
Certo, non sarà facile. Intervistato, Mounk ricorda che “un repubblicano americano gli ha raccontato che quando si trova a discutere dello stesso tema con un populista, lui ci mette tre frasi a spiegare la sua posizione; al populista ne basta una sola e alla fine sembra che chi parla troppo non sappia cosa dire”. 
Sarebbero necessari – continua Mounk – “partiti moderati guidati da persone più giovani, di alto livello, che abbiano il coraggio di difendere i propri valori, ma al contempo, di immaginare come questi valori si possono declinare nel futuro”.

Francesco De Palma
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