L’ultimo anno di una dittatura. “The Delegation” (Delegacioni), il film di Bujar Alimani.

Bujar Alimani è uno dei registi più prolifici ed importanti del nuovo cinema albanese.
“The Delegation” (Delegacioni), il suo ultimo film uscito alla fine del 2018, dopo aver ricevuto vari riconoscimenti in alcuni festival cinematografici europei (tra cui il “Trieste Film Festival”), è stato proposto, dal Ministero della Cultura dell’Albania, per l’Oscar al “miglior film straniero”, nell’edizione del prossimo anno 2020.
La pellicola è ambientata nell’Albania del 1990.
Da un anno era caduto il Muro di Berlino.
Alla guida del piccolo Paese delle Aquile c’era Ramiz Alia. Era il successore di Enver Hoxha, il “padre-padrone” della nazione moderna, morto nel 1985, dopo un quarantennio di feroce dittatura isolazionista che portò il paese ad un terribile livello di povertà e di degrado. 
L’anno dopo, nel 1991, a Tirana sarebbero scoppiate le rivolte degli studenti, che avrebbero fatto cadere l’ultimo dei regimi comunisti dell’Europa dell’Est, forse il più duro di tutti.
Ma ancora nel 1990 il regime cercava in tutti i modi di sopravvivere a sé stesso.
I problemi economici che l’isolazionismo di Enver Hoxha (“mangeremo anche l’erba pur di non cedere all’Imperialismo”, una delle sue storiche frasi) aveva portato erano ormai ingovernabili. Per questo Ramiz Alia fu costretto ad effettuare alcune timide riforme sul versante dell’economia, dei diritti umani e ad iniziare ad aprire il paese all’esterno, nel tentativo di ottenere qualche beneficio dall’Europa che forse gli avrebbe permesso di tirare avanti ancora un po’.
Ovviamente la situazione era giunta ad uno sfacelo tale che, le piccole riforme di Alia, oltre ad essere inutili, furono in realtà l’acceleratore della rivoluzione democratica albanese.
E’ in questo contesto che si sviluppa la vicenda narrata in “The Delegation”.
Leo, un prigioniero politico, viene segretamente fatto uscire dal campo di detenzione dove era, da tanti anni, internato (forse la prigione di Burrell?) e mandato a Tirana per incontrare un suo vecchio compagno di università, ora a capo della delegazione europea inviata a valutare se l’Albania avesse fatto o meno i progressi richiesti nel campo dei diritti umani. 
Il viaggio verso Tirana avrà una serie di imprevisti e nulla va come sarebbe dovuto andare. 
Nel film, che si sviluppa come una pièce teatrale, hanno un grande rilievo i dialoghi tra i vari personaggi che si susseguono sulla scena, ognuno dei quali è la metafora delle varie anime dell’Albania di fine regime: fantasmi impazziti che si muovono disorientati in quella specie di limbo durato 6 anni, iniziato con la morte di Hoxha e conclusosi con l’avvento della democrazia. 
Notevole è la prova di Ndriçim Xhepa, uno degli attori più prestigiosi del cinema albanese, che nel film recita la parte di Spiro, il funzionario del ministero degli interni che deve scortare Leon a Tirana.
Fare i conti con il proprio passato è l’inizio della maturità di ogni democrazia.
Questo film sembra voler dare un suo contributo in questa direzione.
                                                                                                                                 Francesco Casarelli
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