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“Civilitas” o “paganesimo” …

Il settimanale tedesco “Die Zeit” aveva pubblicato un’analisi del voto europeo del 26 maggio scorso corredato di una mappa dei risultati elettorali nei 70000 e passa comuni dei 27 paesi dell’UE. A guardare la carta, quel che saltava all’occhio era la differenza nella distribuzione del voto tra i territori urbani e quelli rurali. Mentre le città – isole nella mappa – risultavano appannaggio dalle forze liberali o dei partiti “tradizionali”, le zone rurali che li circondano erano dominate dai partiti populisti ed euroscettici.

In realtà una tale dicotomia ha accompagnato tutte le ultime consultazioni elettorali in Occidente, a partire dal referendum sulla Brexit e dalle elezioni presidenziali statunitensi del 2016, per manifestarsi poi alle presidenziali francesi e alle consultazioni politiche tedesche, fino a giungere a noi e all’oggi, all’elezione per il presidente della regione Emilia-Romagna lo scorso 26 gennaio [la cartina che segue indica con differenti colori i comuni in cui il primo partito è stata la Lega ovvero il PD].

Sarà semplicistico, ma sembra che, al di là delle dotte analisi su nuovi e vecchi bipolarismi, su errori dei sovranisti o della sinistra, sulla società civile che si coinvolge oppure no, la tendenza che percorre molte delle democrazie occidentali e potrebbe accomunarle ancor di più nel futuro sia quella a dividersi non più secondo una destra e una sinistra “classiche”, sul modello ereditato dall’Otto e dal Novecento, bensì all’interno di un altro schema, post-moderno, quello tra apertura e chiusura alla globalizzazione.

In una logica del genere i contesti più distanti dal nuovo che avanza, più esposti al fascino di un ritorno al passato, come ad esempio il mondo rurale, cercano di scendere dal treno della mondializzazione [e in Francia – per dire – votano la Le Pen, ma anche Mélenchon; e così via per ogni contesto considerato: nel grafico che segue è mostrata la stretta correlazione tra il voto all’AfD e la distanza dalle grandi città in Baviera].

Mentre i contesti più efficacemente inseriti nelle “rapide della storia” (l’espressione è di Florenskij), più resistenti al disorientamento del “nuovo disordine globale”, più disposti a scommettere su nuovi orizzonti, come ad esempio il mondo urbano, si affidano a chi offre più speranza che paura, un “domani” che non sia la replica nostalgica dello “ieri”.

Alla fine il risultato elettorale del prossimo futuro lo farà il differente peso tra città e campagna, tra coscienza urbana e tentazione provinciale, tra “civilitas” – da “civitas”, città, in latino – e paganesimo – da “pagus”, villaggio, sempre in latino -. Ovvero lo farà la maggiore o minore propensione di un elettorato, di una società, di un mondo, siano essi cittadini o meno, a sposare l’urbanità e la sua apertura fiduciosa, ovvero la provincia e la sua chiusura spaventata. A scegliere tra l’essere “civili” o il suo contrario.

Francesco De Palma

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