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La poesia e il sacro / 2

Oggi dedico questa rubrica alla solitudine degli anziani. Dietro le mura degli istituti sono come reclusi, non possono incontrare quasi nessuno, e questo non li ha salvati dalla pandemia.

La poesia che segue di Clemente Rebora, è una delle poesie in assoluto che preferisco, perché dice tutto sulla solitudine e sull’attesa senza nessuna esplicitezza. Testo profondamente poetico, è ancor più bello perché, alla fine, offre una via d’uscita:

Dall’immagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono –
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno.
Ma deve venire,
verrà, se resisto
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto.

Verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.

Il problema di rinchiudere gli anziani degli istituti anonimi è questo: l’angoscia di non vedere nessuno di familiare, di perdere il contesto della vita passata, che ormai è gran parte della vita. Quanto possono resistere gli anziani persi in quattro mura? Il loro ristoro deve essere presto, e sarà un sollievo per tutti.


Luca Giordano

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