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“Giù per lo mondo sanza fine amaro, / e per lo monte del cui bel cacume / li occhi de la mia donna mi levaro, / e poscia per lo ciel, di lume in lume / …”

Il 25 marzo scorso – “Dantedì” – papa Francesco ha pubblicato la lettera apostolica “Candor lucis aeternae”, per il VII centenario della morte di Dante Alighieri.

Non è la prima volta che un pontefice commemora la figura del padre della lingua italiana. Anzi.

Francesco lo ha fatto con una rigorosa attenzione al valore letterario del poeta, ma anche con una sottolineatura particolare del significato umanistico della sua opera, della forza e della bellezza del suo esempio.

Bergoglio è partito dall’uomo Dante, che “riflettendo profondamente sulla sua personale situazione di esilio, di incertezza radicale, di fragilità, di mobilità continua, la trasforma, sublimandola, in un paradigma della condizione umana. […] Il Sommo Poeta, pur vivendo vicende drammatiche, tristi e angoscianti, non si rassegna mai, non soccombe, non accetta di sopprimere l’anelito di pienezza e di felicità che è nel suo cuore, né tanto meno si rassegna a cedere all’ingiustizia, all’ipocrisia, all’arroganza del potere, all’egoismo che rende il nostro mondo ‘l’aiuola che ci fa tanto feroci» (Par. XXII, 151)”.

In chi, come me, insegna Dante tutti gli anni, ha destato una certa impressione la scelta dei versi citati nella Lettera, pregnanti come quello appena riportato. Si coglie, nel testo, pur non breve, una capacità di isolare i momenti salienti della trama della Commedia e quei passi in grado di parlare all’uomo e alla donna contemporanei.

Perché poi Dante è questo: un maestro che continua a parlare ad ogni generazione. “l “ghibellin fuggiasco” continua a spiegarci la vita e il mondo, l’animo e la società umani, la religione e la politica, il “piccolo” della vicenda personale e il “grande” della missione comune a tutta l’umanità. Questo è il segreto del suo successo anche tra le giovani generazioni. Questo spiega il brivido che prende chiunque si chini con curiosità e senza preconcetti sulle terzine del serpentese.

“Dante, rileggendo soprattutto alla luce della fede la propria vita, scopre anche la vocazione e la missione a lui affidate, per cui, paradossalmente, da uomo apparentemente fallito e deluso, peccatore e sfiduciato, si trasforma in profeta di speranza”, scrive il papa. Interpretando il bisogno di speranza di un mondo travolto dalla pandemia. Ma anche qualcosa di più nascosto, il sogno di una comunicazione (e di una politica?) che non sia pura e semplice rincorsa di “like”, ma scelta di campo e visione del futuro. Ché nel Paradiso è scritto: “«Coscïenza fusca / o de la propria o de l’altrui vergogna / pur sentirà la tua parola brusca. / Ma nondimen, rimossa ogne menzogna / tutta tua visïon fa manifesta; / e lascia pur grattar dov’è la rogna» (Par. XVII, 124-129). [E] un identico incitamento a vivere coraggiosamente la sua missione profetica viene rivolto a Dante da San Pietro, là dove l’Apostolo, così si rivolge al Poeta: «E tu, figliuol, che per lo mortal pondo / ancor giù tornerai, apri la bocca, / e non asconder quel ch’io non ascondo» (XXVII, 64-66) […]: Dante esule, pellegrino, fragile, ma ora forte della profonda e intima esperienza che lo ha trasformato, […] si erge a messaggero di una nuova esistenza, a profeta di una nuova umanità che anela alla pace e alla felicità”.

Eh sì, Dante, questo maestro del Medioevo e della contemporaneità, era un profugo, era un rifugiato. E non sceglie la via facile del piacere a tutti, del conformarsi agli umori della “ggente”. Quanto potrebbe insegnarci una riflessione approfondita sulla figura dell’Alighieri ….

Lo ha ben chiaro Francesco: “Dante non ci chiede, oggi, di essere semplicemente letto, commentato, studiato, analizzato. Ci chiede piuttosto di essere ascoltato, di essere in certo qual modo imitato, di farci suoi compagni di viaggio, perché anche oggi egli vuole mostrarci quale sia l’itinerario verso la felicità, la via retta per vivere pienamente la nostra umanità, superando le selve oscure in cui perdiamo l’orientamento e la dignità”.

“Dante […] ha un messaggio importante da trasmetterci, una parola che vuole toccare il nostro cuore e la nostra mente, destinata a trasformarci e cambiarci già ora […]. Perciò è importante che l’opera dantesca, cogliendo l’occasione propizia del Centenario, sia fatta conoscere ancor di più nella maniera più adeguata […]. Mi congratulo, pertanto, con gli insegnanti che sono capaci di comunicare con passione il messaggio di Dante, di introdurre al tesoro culturale, religioso e morale contenuto nelle sue opere. E tuttavia questo patrimonio chiede di essere reso accessibile al di là delle aule scolastiche e universitarie. […] In questo particolare momento storico, segnato da molte ombre, da situazioni che degradano l’umanità, da una mancanza di fiducia e di prospettive per il futuro, la figura di Dante, profeta di speranza e testimone del desiderio umano di felicità, può ancora donarci parole ed esempi che danno slancio al nostro cammino. Può aiutarci ad avanzare con serenità e coraggio nel pellegrinaggio della vita e della fede che tutti siamo chiamati a compiere, finché il nostro cuore non avrà trovato la vera pace e la vera gioia, finché non arriveremo alla meta ultima di tutta l’umanità, «l’amor che move il sole e l’altre stelle» (Par. XXXIII, 145)”.

Francesco de Palma

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