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Un nuovo patto tra cielo e terra, tra città e città, tra uomo e uomo: “Sta a noi!”

Racconta il libro della Genesi che la “terra natale” di “Abram” era “Ur dei Caldei”. Da lì il futuro padre delle tre religioni monoteistiche si sarebbe mosso verso Carran, e poi, obbedendo all’ordine di Dio, verso “la terra di Canaan” (“Vattene dalla tua terra […]. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, […] e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra”). E’ in quella terra natale di Abramo che papa Francesco ha voluto vivere un incontro di dialogo e preghiera per stringere un nuovo patto tra il cielo e la terra.

“Qui, dove visse Abramo nostro padre, ci sembra di tornare a casa”, ha esordito. “Da qui partì per un viaggio che avrebbe cambiato la storia. Noi siamo il frutto di quella chiamata e di quel viaggio. Dio chiese ad Abramo di alzare lo sguardo al cielo e di contarvi le stelle. In quelle stelle vide la promessa della sua discendenza, vide noi. E oggi noi, ebrei, cristiani e musulmani, insieme con i fratelli e le sorelle di altre religioni, onoriamo il padre Abramo facendo come lui: guardiamo il cielo e camminiamo sulla terra”.

Nella piana di Ur Bergoglio ha invitato gli uomini e le donne di ogni credo e di ogni sentimento a fare come il patriarca.

Guardare il cielo, un cielo che è specchio della terra, casa di un Dio che rimanda all’uomo: “Il cielo ci dona un messaggio di unità: l’Altissimo sopra di noi ci invita a non separarci mai dal fratello che sta accanto a noi. L’Oltre di Dio ci rimanda all’altro del fratello. […] Ecco la vera religiosità: adorare Dio e amare il prossimo. Nel mondo d’oggi, che spesso dimentica l’Altissimo o ne offre un’immagine distorta, i credenti sono chiamati a testimoniare la sua bontà, a mostrare la sua paternità mediante la loro fraternità. […] Ostilità, estremismo e violenza non nascono da un animo religioso: sono tradimenti della religione. E noi credenti non possiamo tacere quando il terrorismo abusa della religione. Anzi, sta a noi dissolvere con chiarezza i fraintendimenti. Non permettiamo che la luce del Cielo sia coperta dalle nuvole dell’odio!”.

E camminare sulla terra: “Nel cammino, siamo chiamati a lasciare quei legami e attaccamenti che, chiudendoci nei nostri gruppi, ci impediscono di accogliere l’amore sconfinato di Dio e di vedere negli altri dei fratelli. Sì, abbiamo bisogno di uscire da noi stessi, perché abbiamo bisogno gli uni degli altri. La pandemia ci ha fatto comprendere che ‘nessuno si salva da solo’. Eppure ritorna sempre la tentazione di prendere le distanze dagli altri. Ma ‘il si salvi chi può si tradurrà rapidamente nel tutti contro tutti, e questo sarà peggio di una pandemia’. Nelle tempeste che stiamo attraversando non ci salverà l’isolamento, non ci salveranno la corsa a rafforzare gli armamenti e ad erigere muri, che anzi ci renderanno sempre più distanti e arrabbiati. Non ci salverà l’idolatria del denaro, che rinchiude in sé stessi e provoca voragini di disuguaglianza in cui l’umanità sprofonda. Non ci salverà il consumismo, che anestetizza la mente e paralizza il cuore. […] Non ci sarà pace finché le alleanze saranno contro qualcuno, perché le alleanze degli uni contro gli altri aumentano solo le divisioni. La pace non chiede vincitori né vinti, ma fratelli e sorelle che, nonostante le incomprensioni e le ferite del passato, camminino dal conflitto all’unità”.

“Da dove può cominciare allora il cammino della pace?”, si è chiesto il pontefice. “Dalla rinuncia ad avere nemici. [Abbiamo] un solo nemico da affrontare, che sta alla porta del cuore e bussa per entrare: è l’inimicizia. […] Chi guarda le stelle delle promesse, chi segue le vie di Dio non può essere contro qualcuno, ma per tutti”.

“Sta a noi, umanità di oggi, e soprattutto a noi, credenti di ogni religione, convertire gli strumenti di odio in strumenti di pace. […] Sta a noi mettere a tacere le accuse reciproche per dare voce al grido degli oppressi e degli scartati sul pianeta: troppi sono privi di pane, medicine, istruzione, diritti e dignità! […] Sta a noi custodire la casa comune dai nostri intenti predatori. Sta a noi ricordare al mondo che la vita umana vale per quello che è e non per quello che ha, e che le vite di nascituri, anziani, migranti, uomini e donne di ogni colore e nazionalità sono sacre sempre e contano come quelle di tutti!”.

In questo “Sta a noi”, che risuona più volte accanto alle rovine di quella che fu una delle prime città degli uomini, c’è come un messaggio rivolto anche oltre le fedi e le civiltà che “dividono” il mondo, indirizzato a ogni città dell’oggi, e del futuro prossimo, con un occhio all’indomani della pandemia.

“Questa è la via!”, ha concluso il papa: “Sarà il vaccino più efficace per un domani di pace”. Questa la via. Che i giovani potranno percorrere con speranza. Che i vecchi dovranno mostrare con l’esempio.

Come hanno fatto proprio ieri il vescovo di Roma e l’ayatollah di Najaf. Le colombe liberate nel cortile della casa di al-Sistani siano il segno di un futuro migliore e pacifico che sta a tutti noi costruire.

Francesco de Palma

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