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Rosario Livatino, il giudice martire …

E’ di ieri la notizia che Rosario Livatino, il “giudice ragazzino” assassinato dalla mafia il 21 settembre 1990, mentre viaggiava in macchina, da solo, tra Canicattì e Agrigento, sarà presto beato. La Congregazione delle Cause dei Santi e papa Francesco ne hanno riconosciuto il martirio: “La motivazione che spinse i gruppi mafiosi di Palma di Montechiaro e Canicattì a colpire il Servo di Dio”, si legge sul sito della Congregazione, “fu la sua nota dirittura morale per quanto riguarda l’esercizio della giustizia, radicata nella fede. […] Il Servo di Dio era ritenuto inavvicinabile, irriducibile a tentativi di corruzione proprio a motivo del suo essere cattolico praticante. Dalle testimonianze, anche del mandante dell’omicidio, e dai documenti processuali emerge che l’avversione nei suoi confronti era inequivocabilmente riconducibile all’odium fidei”.

Ma cosa vuol dire “in odio alla fede”?

Va detto innanzitutto che è dal riconoscimento di tale “odio”, presente nel cuore di chi commette l’assassinio del beato o del santo in questione, che dipende il fatto che la Chiesa parli di martirio, e non solo di un’ingiusta uccisione. L’odium fidei è quasi un “luogo teologico”, che caratterizza la testimonianza suprema di un credente, quella che giunge fino allo spargimento del proprio sangue in nome di Cristo e della Chiesa. E’ tale testimonianza che equipara il martire al “testimone fedele” (cfr. l’Apocalisse), a quel Gesù che, come scrive Paolo nella I Lettera a Timoteo “ha dato la sua bella testimonianza di fronte a Ponzio Pilato”.

Limitato, nei primi tempi cristiani, al solo caso di chi rifiutava di piegarsi agli idoli o al potere politico, il concetto di uccisione in odium fidei si è andato allargando nel tempo. Si assiste oggi, in realtà, a quella che molti studiosi di storia della santità hanno chiamato la “dilatazione del concetto classico di martirio”.

E’ un processo lungo, iniziato quando Pio XII riconobbe il martirio di Maria Goretti, uccisa da chi attentava alla sua virtù. La difesa di tale virtù venne equiparata da papa Pacelli alla difesa di tutto ciò che Cristo aveva vissuto e insegnato, di tutto ciò che la Chiesa aveva trasmesso. L’odium fidei si è via via chiarito come odio di tutto ciò che la fede in Dio significa, odio verso ciò che di buono e di giusto il lieto annuncio del Vangelo rappresenta.

Alle martiri della castità sono dunque succeduti i martiri della persecuzione nazista, espressione di un vero e proprio neopaganesimo, e poi quei martiri della giustizia di cui don Pino Puglisi, ucciso dalla mafia una ventina d’anni fa, e Romero, colpito sull’altare il 24 marzo del 1980, sono tra gli ultimi esempi.

Chi ha ucciso Puglisi, chi ha ucciso Romero, chi ha ucciso Livatino ha voluto uccidere in loro ciò che li spingeva a schierarsi dalla parte della verità, dell’amore, della pace e della giustizia. Mettendoli nel mirino tanto la mafia siciliana, quanto gli squadroni della morte salvadoregni, hanno inteso esprimere il proprio disprezzo e il proprio odio per quella testimonianza forte ed audace, benché mite e indifesa, che si incarnava nell’operato di un vescovo, di un prete, di un laico che faceva il proprio dovere professionale.

Ha del resto scritto il postulatore della causa di Livatino: “Come già per don Pino Puglisi – però stavolta si fa riferimento alla figura di un laico – il quesito posto è stato: gli assassini e i loro capi agirono per contrastare una giustizia intrisa di Vangelo? Testimoni, atti, sentenze […] sono inequivocabili: chi uccise, materialmente, Rosario Livatino, e chi aveva deciso che ciò avvenisse, lo fece animato da un chiaro, irrefrenabile odio per l’incorruttibilità della fede del giovane e operosissimo giudice. Essi consapevolmente odiarono quella ‘differenza cristiana’ che risplendeva nella figura del magistrato e si attualizzava nella sua professione”.

Il martirio – come la stessa santità – si chiarisce e si esplicita sempre più, rinnovandosi e rimanendo fedele a se stesso, nello sforzo di parlare al cuore dell’uomo contemporaneo.

Francesco De Palma

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