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Razzismo nel calcio: sarà la polizia a dare "un calcio al razzismo"?

La questione razzismo ha scosso in questi ultimi giorni l'opinione pubblica italiana, dopo la rinuncia alla partita del Milan, a seguito degli insulti lanciati contro il ghanese Boateng.
E' un principio di civiltà  trovare i modi per contrastare un fenomeno così grave, ed è giusto che le istituzioni pubbliche se ne facciano carico.

A seguito del dibattito di questi giorni, l'Osservatorio sulle manifestazioni sportive ha deciso che in merito agli episodi di razzismo, in presenza di segnali di razzismo, l'arbitro dovrà riferirsi al Dirigente del servizio di ordine pubblico, ''unico responsabile della decisione di sospendere la gara''.

Sarà lui a valutare il non avvio o la sospensione dell'incontro - anche a carattere temporaneo - per consentire la diffusione di messaggi di ammonimento per le tifoserie, attraverso i sistemi di amplificazione sonora presente negli stadi.

La norma precedente stabiliva che, in presenza di episodi di razzismo o antisemitismo, il responsabile dell'ordine pubblico avrebbe dovuto segnalare il fatto all'arbitro, il quale avrebbe preso provvedimenti, come quello di sospendere la gara.

Adesso invece sarà direttamente la polizia a prendere le misure necessarie a fermare il razzismo: un segnale significativo, che segnala come il problema non riguardi solo l'ambito sportivo, ma tutta la società.

Contrastare gli episodi di razzismo è importante per l'ecologia sociale del nostro Paese, dove l'intgrazione delle diverse componenti etniche rappresenta un traguardo di primaria importanza, ma anche a livello internazionale: se il calcio è - a ragione - uno dei motivi per cui l'Italia è popolare nel mondo intero, l'immagine dell'Italia che il calcio offre, all'interno e all'esterno del nostro Paese, deve riflettere i valori della nostra Costituzione, che, non ce lo dimentichiamo, non accetta alcuna "distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali"
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