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70 anni fa la deportazione degli ebrei di Roma. Nostra intervista

A Roma il 16 ottobre non è una data come le altre. Nel 1943 l’esercito nazista deportò dalla capitale oltre mille ebrei, in maggioranza donne e bambini. Vennero portati ad Auschwitz e morirono quasi tutti, solamente in 16 tornarono dal campo di sterminio. La città si prepara a celebrare mercoledì prossimo il settantesimo anniversario di quel triste avvenimento. Ne abbiamo parlato con Gabriele Rigano, docente di storia contemporanea all’Università per stranieri di Perugia e autore di importanti studi sul tema (uno dei quali nel volume curato da Marco Impagliazzo, La resistenza silenziosa, recentemente ripubblicato in versione ampliata).

Professor Rigano, cosa rappresenta questa data nella storia della città?
È una delle date più nere nella storia plurimillenaria della città: il 16 ottobre 1943 più di mille romani innocenti vennero arrestati e deportati nei campi di concentramento. Fu la più grande operazione contro gli ebrei in Italia durante la seconda guerra mondiale. Nonostante questo, per lungo tempo la memoria di questo avvenimento è rimasta circoscritta alla Comunità ebraica della capitale. Nell’immediato dopoguerra, quando era forte la tradizione antifascista, pur non essendoci una larga partecipazione di romani, le autorità cittadine prendevano parte alle manifestazioni celebrative. Ma dagli anni Sessanta anche questa consuetudine cominciò a venire meno.

Oggi la deportazione viene considerata una memoria cittadina. Cos’è accaduto?
È stata importante una manifestazione pubblica, una marcia, iniziata a metà degli anni Novanta per l’iniziativa congiunta della Comunità di Sant’Egidio e della comunità ebraica. Negli anni Ottanta la comunità cattolica trasteverina aveva colto i germi di un risorgente antisemitismo, allacciando rapporti di vicinanza con la comunità ebraica romana. Il rabbino capo di allora, Elio Toaff, fu un interlocutore importante e con lui si pensò di organizzare una manifestazione in memoria della Shoà. Dal 1994, una marcia silenziosa attraversa ogni anno la città la sera del 16 ottobre, compiendo il percorso inverso a quello fatto dai deportati. Il corteo è aperto da una frase di Primo Levi: “Coloro che non hanno memoria del loro passato, sono condannati a ripeterlo”.

Sono passati quasi vent’anni dalla prima marcia e molto sembra cambiato.
Nel 1994 la manifestazione fu significativa ma con una partecipazione contenuta. Di anno in anno si sono aggiunti nuovi compagni di strada. Tanti romani hanno iniziato a considerare questa marcia come un appuntamento importante per la città, in particolare molti giovani, colpiti dalle parole degli anziani ebrei che hanno testimoniato quelle dolorose vicende. Penso a Settimina Spizzichino, unica donna tra i superstiti della deportazione, che negli anni Novanta fu una presenza assidua alla manifestazione. Si sono fatti compagni di strada anche molti religiosi di Roma, i cui ordini hanno avuto un ruolo importante a difesa di tanti ebrei negli anni dell’occupazione tedesca, e non pochi nuovi romani – gli immigrati – hanno compreso il rilievo di questa memoria. Con loro numerosi  Rom, che come gli ebrei furono vittime del razzismo nazista. È cresciuta nel tempo anche l’attenzione delle istituzioni: in una prima fase erano soprattutto cittadine, poi hanno aderito anche quelle nazionali. Lo scorso anno è intervenuto il presidente del Consiglio, Mario Monti, esprimendo idealmente l’adesione di tutto il Paese.

Perché ricordare?
La deportazione degli ebrei romani è una memoria cittadina, in cui riflettere sulla storia ma anche sul presente, su chi oggi è vittima del disprezzo e dell’odio. Mercoledì prossimo ci ritroveremo in tanti (Piazza Santa Maria in Trastevere, ore 19 ndr), per marciare insieme verso l’antico Ghetto dove si terrà la cerimonia conclusiva, per affermare che chi è diverso non deve mai essere considerato una minaccia. Gli errori del passato non vanno ripetuti. In questo senso è  importante stigmatizzare sempre il razzismo: come quello verso i Rom, purtroppo ancora diffuso, non dimenticando che tanti di loro furono uccisi nei campi dai nazisti. Ricordare non serve solo a fare memoria del passato, ma a costruire un futuro diverso in cui non ci sia più spazio per discriminazioni e razzismo.


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