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Enea a Tor Sapienza

Sbarcasse oggi ancora una volta sulla costa del Lazio insieme a un minore, dopo aver condotto per tutto il Mediterraneo un anziano genitore e un gruppo di profughi con ancora negli occhi le immagini di una città presa a tradimento e data alle fiamme, riuscisse a nascondere ai controlli di essersi già fermato per qualche mese a Cartagine, a Enea sarebbe forse offerta la possibilità di un centro d’accoglienza a Tor Sapienza.
Nella sua nuova, temporanea sistemazione il nostro Enea 2.0 vedrebbe un quartiere in rivolta, la polizia che protegge gli operatori che di lui e dei suoi compagni si fanno carico, che scorta i pasti precotti che gli vengono portati. Comprenderebbe di non essere desiderato, di essere un paria, un maledetto figlio di Troia. 
Leggesse i twitter capirebbe che 1) non sono i profughi a non avere più speranza nel futuro, ma gli stessi residenti dell’ottavo paese più industrializzato del mondo, 2) che gli assedianti del centro in cui vive chiedono a lui e ai suoi compagni di essere più civili, 3) che un sentimento domina tutto e tutti in un quartiere semicentrale della città più bella del pianeta, l’insofferenza, 4) che la soluzione (finale?) del degrado urbano è eliminare lui e quelli come lui, 5) che se pure un papa ha appena parlato del bisogni di ponti, se pure l’universo multimediale ha appena celebrato la
fine di un muro, quel che si vuole metter su è un bella barriera tra la città che i suoi discendenti dovrebbero fondare e quella da cui venivano i suoi antenati.
Il nuovo Enea potrebbe anche “abbozzare”, dopotutto ne ha viste di peggio. 
Ma potrebbe anche scegliere di portare altrove il proprio fato di centralità e di eternità, quel sogno destinato a fare di un piccolo, periferico villaggio la capitale del mondo, quella nuova, inattesa seconda possibilità che la storia a volte regala ai popoli che non dormono il sonno della ragione e della pietà.

Francesco De Palma

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