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Alcune riflessioni alla fine dell'anno scolastico

Anche quest’anno sono terminate le lezioni scolastiche con qualche affanno in più rispetto agli anni precedenti. Francamente nel passato gli anni scolastici terminavano senza che me ne accorgessi. Non è soltanto l’età che avanza a segnare l’aumento di stanchezza. In realtà, sono diversi fattori che rendono più difficoltoso e faticoso il mio lavoro che svolgo da vent’anni a Roma, in una scuola professionale. E’ un’ovvietà osservare che nel corso di questi vent’anni i ragazzi e le ragazze che frequentano le nostre scuole sono decisamente cambiati. 
L’ultimo mese è stato contrassegnato da ampi discorsi e polemiche attorno alla riforma della scuola. Tuttavia, non è di essa che voglio parlare. Bensì delle concrete difficoltà che affronto quotidianamente con gli allievi e le allieve. In particolar modo mi vorrei soffermare su due di essi: il livello di attenzione degli studenti e la gestione della classe.
Parto da quest’ultimo. E’ un problema che accompagna tutta la carriere scolastica. Ricordo ancora il mio primo giorno di insegnante quando il responsabile della scuola mi chiese se ero in grado “di tenere la classe”, facendomi chiaramente intendere di essere poco interessato al mio profilo professionale e culturale.
Per gli insegnanti di oggi condurre una classe è diventata una vera e propria sfida, considerando la sua complessità e la sua multidimensionalità. Non credo di allontanarmi dal vero sostenendo che pensare alle modalità comunicative più efficaci, condurre una lezione in modo utile all’apprendimento e verificare che i risultati attesi siano conseguiti, rappresentano la principale preoccupazione di buona parte degli insegnanti, anche di quelli che hanno maggiori esperienze.
Senza entrare nel merito di situazioni concrete, affermo subito che non sottovaluto ne disprezzo le tante strategie e le indicazioni metodologiche ed operative - oggettivamente utili ed efficaci - per affrontare i problemi della scuola di oggi messe in campo da una vasta letteratura scientifica.
Eppure, peccherò di idealismo, continuo a essere convinto – e qui provo a dire qual’è a mio modesto parere il cuore del problema – che il mestiere di insegnante non può essere esercitato senza una passione civile, un desiderio forte di volere aiutare a crescere non solo didatticamente. Anche con il sogno di creare cittadini diversi che sappiano affrontare e cambiare il mondo. Per questo spesso ripenso con piacere e nostalgia ai diversi insegnanti che hanno segnato il mio percorso scolastico: dalla maestra ai docenti universitari. Molti di essi avevano oggettivamente dei limiti culturali non indifferenti. Eppure, possedevano una grande voglia di insegnare partendo spesso dal cuore, trasmettendo il gusto per la lettura, la voglia di approfondire. Sapevano testimoniare – e questo oggi manca molto – quanto fosse decisiva la scuola, la crescita culturale personale nel futuro di ciascuno. Certo erano altri tempi, un’altra Italia con una visione del passato e del futuro diverse da quelle odierne. Un paese da poco reduce dalla denuncia di don Milani in Lettera a una professoressa, che sperimentava la crescita in maniera sostanziale dell’accesso all’istruzione, che cercava nella scuola il suo riscatto sociale (basti pensare alla nota canzone Contessa di Paolo Pietrangeli? “Anche l’operaio vuole il figlio dottore”). 
Non si improvvisa né si inventa un buon insegnante. Del resto Freud diceva: “I mestieri più difficili in assoluto sono nell’ordine il genitore, l’insegnante e lo psicologo”. In virtù della mia esperienza, resto fermamente convinto che per fronteggiare quanto sopra molto passa per una buona collegialità. E non mi riferisco alla collegialità legata in primo luogo alla realizzazione di progetti e ai problemi che l’organizzazione-scuola, bensì alla fattiva collaborazione tra insegnanti presenti in una determinata classe. Un gruppo insegnante che sappia sviluppare adeguate capacità relazionali fa la differenza. Capita, talvolta, di incontrare insegnanti assolutamente incompetenti a rapportarsi agli altri ed a gestire semplici relazioni umane. Non essendo gli insegnanti dei marziani, anch’essi sono spesso portatori di valori dominanti nella nostra società: litigiosità, prevaricazione, scorrettezza, inefficacia comunicativa. Si avverte sempre più la mancanza di “quell’adulto significativo di riferimento”, così necessario nella vita di una scuola.  Occorre, in altri termini, che gli adulti (genitori ed insegnanti insieme) tornino ad essere responsabili. Su questo ci sarebbe tanto da dire per fermare la fuga dalla responsabilità, ma non è possibile farlo in poche battute. Del resto, qualcuno ha detto che un buon insegnante è un maestro di semplificazione e un nemico del semplicismo.  
Sul serio problema assai diffuso del livello di attenzione degli studenti si corre il rischio di formulare un discorso meramente tecnico. E’ fondamentale chiedersi come catturare maggiormente l’attenzione dei ragazzi a ciò che attiene in particolar modo la mia disciplina, ossia lo studio – e aggiungerei l’amore – per la letteratura. Come distrarli o sottrarre loro tempo dai diversi social network, sul cui utilizzo  - e a scuola è talvolta massiccio - è stato assai critico recentemente Umberto Eco? Come trasmettere l’amore – e perché no l’utilità - per le materie umanistiche? Come far capire alle nuove generazioni che la letteratura pone al centro l'esperienza umana e giova a costituire una mentalità comprensiva nei riguardi di tutti gli aspetti, che letteratura consente a ciascuno – come dice magistralmente Todorov – “di rispondere meglio alla propria vocazione di essere umano”, grazie alle “sensazioni insostituibili” che ci procura, “tali per cui il mondo reale diventa più ricco di significato e più bello”. Indubbiamente, molti romanzi allargano il nostro universo, stimolandoci ad immaginare altri modi per concepirlo e di organizzarlo. 
Succinte considerazioni per favorire una riflessione per aiutare a crescere le nuove generazioni affinché possano contribuire a costruire - perché no? -  una società migliore.

Antonio Salvati

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