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Il sogno spezzato, ma ancora vivo in tanti congolesi, di Patrice Lumumba

Lumumba - di cui un paio di giorni fa si è ricordato l'anniversario dell'assassinio - è, con tutti i suoi limiti, un personaggio affascinante, uno dei grandi africani del Novecento. Autodidatta, visionario, si impone nel contesto indipendentista congolese per la sua intelligenza, il suo panafricanismo, la forza evocatrice dei suoi discorsi. 
Purtroppo proprio il raggiungimento dell’indipendenza sarà l’inizio di una crisi che travolgerà insieme con lui gli ideali coltivati dalla parte migliore del paese, precipitando il Congo in un abisso di conflitti e di morte. Subito dopo l’indipendenza, infatti, si diffonde il caos: la Force Publique si ammutina, mentre il Katanga proclama la secessione e sfida l’autorità di Léopoldville-Kinshasa. Lumumba si sforza di preservare l’unità del Congo, appellandosi all’ONU e accettando gli aiuti dell’Unione Sovietica. Per gli Stati Uniti il pericolo è troppo grande. Macchinazioni ordite dalla CIA e dal Belgio determinano la caduta del primo ministro e l’ascesa di Mobutu, allora capo di Stato Maggiore. Lumumba, imprigionato, riesce a fuggire, ma viene catturato di nuovo e consegnato al governo secessionista del Katanga. Dopo essere stato torturato, è ucciso il 17 gennaio 1961. 
Molto vive ancora del suo sogno, però. Quando si legge la lettera che l’ormai deposto premier, prossimo alla morte, scrive alla moglie, quando si segue il suo periodare ispirato, si può cogliere anche, oltre allo spessore dell’uomo, tutta l’energia di un grande popolo, il suo idealismo, la sua sete di riscatto: "Hanno corrotto alcuni connazionali; altri li hanno comprati. Hanno fatto quanto era in loro potere per distorcere la verità e sporcare la nostra indipendenza. […] La mia fede resterà incrollabile. So e sento nel profondo del mio essere che presto o tardi il popolo si sbarazzerà di tutti i suoi nemici interni, che si leverà come un sol uomo per dire 'No' a un colonialismo degradante ed umiliante, per riconquistare la sua dignità alla pura luce del sole. […] Ai miei figli, che ho lasciato forse per non rivederli mai più, voglio si dica che il futuro del Congo è bello […]. La storia pronuncerà un giorno il suo giudizio, ma non sarà la storia che si insegnerà a Bruxelles, a Parigi, a Washington o alle Nazioni Unite. Sarà quella che si insegnerà nei paesi affrancatisi dal colonialismo e da coloro che ne sono i fantocci. L’Africa scriverà la sua propria storia, e tale storia sarà, a nord e a sud del Sahara, una storia di gloria e di dignità".

Francesco De Palma



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