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Gino Bartali. Perché il suo nome è tra i Giusti di Yad Vashem.

Da ragazzo, quando seguivo in televisione gare ciclistiche come la Milano-Sanremo o il Giro d’Italia, osservando imprese, comunque degne di nota, di Saronni, di Moser e anche di Gianni Bugno, mio padre, era solito commentare con il suo vocione: “Eh, mai tempi del “Campionissimo” e de “Ginetto” mica c’erano tutte ‘ste macchine… e st’assistenza”,
sentenziando così sulla onnipresenza delle macchine “ammiraglie” delle squadre che intervengono ogni qualvolta i ciclisti abbiano bisogno di qualsiasi supporto.
Una prima volta, una seconda volta… alla terza volta che mio padre citava i suddetti, gli chiesi: “Ma, chi so’ sti due di cui parli sempre?”
Nel 1982, avevo 11 anni e non avevo mai sentito parlare del “Campionissimo” Fausto Coppi o di “Ginettaccio” Bartali!
Per noi, ragazzi negli anni ’80, esistevano Maradona, Zico, Gullit, Van Basten, Bruno Conti, Paolo Rossi (ma poco), e per qualcuno, con gusti meno… calcistici, anche Adriano Panatta. Ma, Coppi e Bartali erano personaggi d’altri tempi, perlopiù sconosciuti!
Invece, poi ho scoperto che i due avevano infiammato gli animi, oltre che le voci di tantissimi tifosi assiepati ad ogni incrocio, nei percorsi dei diversi Giri d’Italia e dei Tour de France disputati, per incitarli a gran voce…
Ma, la passione e l’agonismo ciclistico furono stravolti dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.
La storia di Gino Bartali, negli anni della guerra fu molto particolare, non fu un uomo come tanti. 

Nacque nel 1914, crebbe e iniziò ad andare in bicicletta negli anni in cui il regime fascista prese il potere. Divenne professionista e incominciò a gareggiare nelle corse più famose, fino a quando la guerra fece terra bruciata anche per gli sportivi. La sua carriera si interruppe il 10 giugno 1940, giorno in cui l’Italia di Mussolini dichiarò guerra alla Francia e all’Inghilterra e, di conseguenza, tutti gli italiani maggiorenni e abili furono chiamati alle armi.
Bartali gareggiava già da sei anni e vinceva con facilità le grandi classiche su strada del ciclismo come, ad esempio, il Tour de France, il Giro d’Italia, la Milano-Sanremo, e, in quasi tutte le gare a cui prendeva parte, metteva il suo sigillo almeno in qualche tappa!
Questa fu la triste storia anche di tanti giovani che, improvvisamente, furono costretti a diventare uomini, o meglio, dei combattenti per la patria del “fascio littorio”.
Nel 1941, il Giro d’Italia non si corse a causa dei ripetuti bombardamenti. Nel 1942, il Giro si svolse, ma con il sistema del circuito a punti, in otto diverse prove. Puntualmente Bartali tornò a vincere, ripetendosi anche nel 1943.
In questi anni, inizia una storia molto più importante ed impegnativa per l’uomo (non solo per lo sportivo) Bartali.
Anche lui fu chiamato alle armi, fu incaricato di portare gli ordini per una fabbrica di aeroplani sul lago Trasimeno; con la sua fama non fu difficile ottenere che eseguisse i comandi in sella ad una… bicicletta, anziché con ad una moto dell’esercito!
Notò - in particolare - che, nel 1943, i fascisti se la prendevano con gli ebrei, andando fino a cercarli nelle case, così tanta gente di buona volontà si muoveva per dare loro rifugio, nascondendoli e sfamandoli.
In quel periodo, l’opera di salvataggio di tanti perseguitati e ricercati intrapresa dal Cardinale di Firenze Elia Dalla Costa, si incontrò con la benevolenza e le notevoli abilità ciclistiche di Gino Bartali.
È cosa nota che il prelato avesse messo in piedi una rete clandestina di soccorso per gli ebrei. Fu coadiuvato da un francescano di Assisi, P. Salvatore Niccacci, il quale aveva cercato e trovato un falsario che potesse stampare documenti nuovi in modo da far fuggire più persone possibili verso l’America. Il tipografo-falsario si chiamava Luigi Brizi, un ateo dichiarato, ma, allora, questo non importava, l’importante era salvare le vite umane.
Il 25 luglio del 1943 si diffuse la notizia che Mussolini era stato destituito, da Roma arrivò un generale per dare la notizia ufficiale e per comunicare che tutti, soldati semplici e graduati, erano liberi di scegliere cosa fare: “Chi vuole può restare, oppure dare le dimissioni”, furono le sue lapidarie parole.
Bartali non ci pensò su due volte e lasciato l’esercito, iniziò a collaborare con una rete clandestina che aiutava gli ebrei e i perseguitati dal regime. Incontrò personalmente il cardinale che gli spiegò in poche parole la decisione del Papa di aiutare tutte le vittime del conflitto, i perseguitati e chi soffriva. Gino si mise prontamente a disposizione del Card. Dalla Costa.
Le sue doti ciclistiche furono molto utili: come primo incarico, gli venne chiesto di recapitare di nascosto documenti falsificati a persone radunate e nascoste nei pressi di Lucca e a Genova, perché i fuggitivi potessero imbarcarsi per l’estero.
Da Genova, di ritorno, portava con sé soldi provenienti dalla Svizzera e nuovi documenti da falsificare. Purtroppo, questa via di fuga non durò molto, dopo alcuni mesi i nazifascisti irruppero nella certosa e uccisero tutti, religiosi ed ebrei che lì erano nascosti.
Una volta venuto a conoscenza di questi ultimi eventi, il Card. Dalla Costa pensò ad una nuova strategia: nascondere gli ebrei ad Assisi e, una volta preparati i documenti necessari, far riprendere gli imbarchi verso mete sicure.
La tecnica di Bartali era ingegnosa: prendeva foto e documenti e li nascondeva, o nella canna della bicicletta sotto al sellino, oppure nella canna sotto al manubrio. Inoltre, la scelta di affidare ad un noto campione del ciclismo il compito di consegnare documenti falsi, fu una scelta felice: era giovane, forte, pedalava benissimo ad ogni altitudine e in ogni clima, conosceva le strade e sapeva riparare la bicicletta. Era conosciuto dai più, utilizzava sempre la tuta della squadra per girare e, a scanso di equivoci, aveva impresso il suo nome sulla maglia!
Infatti, i pochi controlli che subiva terminavano sempre con auguri e complimenti…
Al termine della guerra, tutti dimenticarono o tennero per sé il prezioso e pericoloso lavoro che Gino Bartali aveva fatto per salvare o nascondere famiglie di ebrei e di ricercati. Mentre faceva i viaggi, talvolta era colto dal timore che potesse essere scoperto, ma subito lo ricacciava indietro. Si faceva coraggio pensando al fratello morto, ai partigiani che rischiavano loro stessi per liberare l’Italia e alle persone che avrebbe salvato portando loro i nuovi documenti.
Alcuni decenni dopo, il figlio Andrea, raccogliendo le memorie e pubblicandole nel libro “Gino Bartali, mio papà”, ha raccontato – tra l’altro - che quando la paura lo assaliva, si faceva forte guardando una immagine di Santa Teresa che portava sempre con sé, pregandola di essere ancora più veloce per non essere mai raggiunto o scoperto, quasi a riprova della grande fede che lo sosteneva nel quotidiano.
Nel 2013, Gino Bartali è stato riconosciuto “Giusto tra le nazioni” proprio per aver contribuito a salvare centinaia di ebrei italiani dalla deportazione nei campi di sterminio e dall’uccisione.
Si può affermare che, la sua figura sia quella del “padre nobile”, in questa edizione del Giro d’Italia. Essa, nel principio, porta una grande novità: nella 101° edizione il Giro partirà da Israele. Ma, la scelta non è così strana. Certo, sarà la prima volta che i contendenti della Maglia Rosa partiranno fuori dall’Europa e, scegliere proprio di iniziare da Gerusalemme, riveste la gara di un particolare valore, simbolico e storico.
Uno dei grandi assi del passato che ha dato più volte lustro alla Corsa Rosa è stato quel campione di umanità di Gino Bartali, che ha saputo ridare vita a tanti, continuando a fare ciò che sapeva fare meglio: pedalare veloce! E il suo nome, come detto, è stato inciso sulla pietra nel Giardino dei Giusti a Gerusalemme, posizionato in cima alla seconda colonna dedicata ai Giusti italiani.

Germano Baldazzi
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